Adele Cassina: tra le mura della mia casa, la storia del design

Il suo è un cognome autorevole, ereditato dal padre Cesare, imprenditore che fondò il marchio omonimo, ma anche Flos e C&B, ora B&B. Adele Cassina è cresciuta a contatto con i nomi più blasonati del mondo della progettazione, da Vico Magistretti a Giò Ponti, da Franco Albini a Tobia Scarpa e tanti altri. Il tutto, in un momento storico per l’evoluzione culturale del nostro paese, durante il quale nasceva il design, ma la parola stessa non era stata ancora mai utilizzata.
Dopo una vita trascorsa a contatto con un padre pionere, imprenditore illuminato, è a settantanni che decide che è arrivato il momento di diventare lei stessa protagonista e fare la storia, come accadde all’illustre genitore. Nel 2009 fonda dunque il suo brand di design Adele-C, trovando un partner lavorativo in Janzhong Yang, imprenditore appassionato di design italiano e fondatore a Shanghai di Panamerica Group, che ha dato il “la” all’internazionalizzazione aziendale.
Come un cerchio che si chiude, il marchio produce in una versione “adulta” anche la poltroncina “Zarina”, che Cesare creò proprio per la figlia Adele.
Con lei abbiamo parlato di questo e molto altro. Ecco cosa ci ha raccontato…

Cosa ha voluto dire, negli anni, essere figlia di Cesare Cassina? E che uomo era, nel privato, suo padre?
Per rispondere alla prima domanda, vorrei esprimermi con una frase: “il naufragar m’è arduo in questo mare”. Lui era schivo, misterioso. Di signorile riservatezza. Immaturo affettivamente ma dotato di grande empatia ed intuito, sia nel lavoro che nelle amicizie.

Franco Albini, Giò Ponti, Vico Magistretti, gli Archizoom, Tobia Scarpa, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce. Cassina ha collaborato con grandi nomi del design, che erano “di casa” per lei. Che ricordi ha di loro? 
Fatta eccezione per Franco Albini, che purtroppo per limiti di età non ho avuto l’occasione di conoscere (ero troppo piccola durante il suo passaggio in Cassina) ho di tutti gli altri un ricordo preciso, fatto di affetto, ammirazione ma anche di una sorta di timore reverenziale. Questo, sfortunatamente, mi ha precluso di condividere appieno la simpatia, la tenerezza e la grande benevolenza che avevano nei miei confronti.

 

Ci parla di un ricordo di suo padre che non ha mai rivelato a nessuno?
In una delle sue rarissime visite in collegio a Porlezza, mi ordina di salire al posto di guida della sua automobile (io dodici anni, 170 cm di altezza) e mi “teleguida” con gesti, parole, incitamenti e qualche urlaccio direttamente fino a Lugano. Stremata ma vittoriosa ottengo, “patris causa”, la mia prima patente, che custodisco orgogliosamente nel cassetto del cuore e della mente sino al compimento dei diciotto anni, quando acquisisco quella ufficiale.

Cosa pensa direbbe suo padre dell'attività di imprenditrice nel mondo del design?
Lui, orgoglioso e mugugnante, sarebbe fiero del mio dare continuità al suo lavoro.

Quale è il prodotto Cassina al quale è più affezionata?
La “Superleggera” di Ponti e “Wink” di Toshiyuki Kita: primi e ultimi prodotti realizzati nel tempo della mia permanenza in Cassina.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà, quando ha deciso di aprire Adele-C?
Sono state molte, ma tra tutte quante la più dura è la solitudine.

Cosa la convince a far lavorare un designer per la sua azienda?
Non è così semplice scegliere, perché in realtà non ho regole, precedenti, né convincimenti ai quali posso appellarmi. Probabilmente scatta qualcosa quando percepisco un senso “del già… ma non ancora”, ovvero l'emozione della visione profetica che anticipa il risultato concreto di un'idea.

Il primo prodotto di Adele-C è stata la poltrona che suo padre disegnò per lei. E’ un omaggio a lui o semplicemente ha ritenuto fosse un ottimo prodotto da mettere in produzione?
Entrambe le cose.

Quale è stato l’insegnamento più grande che le ha lasciato suo padre?
Cogliere ed "accogliere" il valore del prossimo per innestarlo al tuo. Mi ha insegnato ad avere massimo rispetto dello spessore di chi ci sta vicino, che nel gioco e nell’intreccio delle competenze dei singoli è miscela che produce creatività e ricchezza sia umana che materiale. 

Che consiglio si sente di dare ai giovani designer che sognano un futuro in questo campo?
Devo dire che io stessa sono la prima ad avere sempre bisogno di consigli… A loro direi di credere nel futuro e di cercare di fare la propria parte con profonda preparazione ed onestà.

Quale è la filosofia di Adele-C?
Aggiungere una testimonianza al mondo del design italiano nell’arredamento, facendo tesoro di ciò che ho imparato da mio padre Cesare. E proporre al mercato prodotti che esprimono idee lontane dalle mode, portatori di un’identità discreta, da amare per sempre.

Come è nata la collaborazione con Janzhong Yang?
Da un caso fortuito… che amo definire “Caso con la C maiuscola”. In quel momento, infatti, Adele-c aveva bisogno dell’imprenditore… che io non sono.

 

Lei ha avuto un punto di osservazione privilegiato sul mondo della progettazione, proprio nel momento in cui il design nasceva. Quali mutamenti vede, oggi, vivendo questo mondo da imprenditrice?
Più che una vera imprenditrice mi sento una persona che ha vissuto in seconda linea l’impresa di famiglia, senza esserne coinvolta, ma neppure responsabilizzata nella governance. Nell’arco degli ultimi sessant’anni i mutamenti del furniture design, ma direi anche del mondo intero, sono stati così accelerati e totali da non lasciare traccia degli inizi. Ma le radici, quelle “buone”, sono essenziali alla crescita e il design “Made in Milano” è in salute. Mi è bastato ascoltare l’esaltante presentazione della XXII Triennale, tenuta in questi giorni da Paola Antonelli, che ne sarà la curatrice, per avere pensieri pieni di speranza, aperti al futuro. Un "futuro", appunto, perseguito con competenza ed entusiasmo. E, aggiungo, soprattutto con umiltà. Questa per me è la  virtù dei grandi, di coloro che operano con profondo sapere, intelligenza, onestà, forza e generosità, in armonia con se stessi e gli altri.

Intervista di Barbara Palladino

© Adele-C

 

 

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