Andrea Rosso: innovazione, clash creativo e attenzione al dettaglio. I segreti del successo Diesel

E’ il Direttore Creativo delle licenze Diesel, ovvero di tutti quei settori in cui il brand ha deciso di espandersi negli anni: dall’eyewear con Marcolin, alle biciclette con Pinarello, arredamento per la casa con Moroso e Foscarini, gioielli con Fossil, caschi con AGV/Dainese, cuffie con Monster e molto altro. Andrea ha iniziato a lavorare giovanissimo nell’azienda di famiglia, quella che il padre Renzo fondò quando lui aveva quattro anni. Si è formato in California e poi a New York, dove ha studiato Sviluppo Tessile & Marketing presso il Fashion Institute of Technology.
Oggi Andrea coordina il team creativo nello sviluppo di nuovi prodotti e si occupa in prima persona dell’immagine e della comunicazione internazionale di tutte le licenze Diesel. Ma la passione per il vintage e l’abbigliamento militare lo hanno portato a dar vita ad un progetto personale, MYAR, brand di abbigliamento maschile ispirato proprio allo stile army. Alcuni dei capi del marchio sono realizzati con stock di tessuti scovati in giro per il mondo. Per la stagione 2017/18 Andrea ha collaborato con il designer Teppei Sugaya e dal culture clash tra Italia e Giappone è nata la collezione “BAS-ITO”, il cui nome celebra le due città di provenienza: Bassano e Mito. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Andrea. Ecco cosa ci ha raccontato.

La campagna pubblicitaria dell’apparel Diesel di questa stagione recita “Go with the flaw – Perfection is boring” e incita a “trasformare i propri limiti in qualcosa di straordinario”. Come è nato questo concept?
E’ una idea legata all’apparel nata dal settore marketing e da Nicola (Formichetti, Creative Director Diesel per l’abbigliamento). E’ un messaggio molto importante, che quasi ti vieta di fermarti nonostante i limiti che la vita ci pone dinnanzi. Il segreto è andare sempre avanti, al di là di tutto. E’ una grande lezione che fa parte del DNA di Diesel e del modo in cui l’azienda ha approcciato la comunicazione.

Nella tua vita professionale e personale, ti è mai capitato di trasformare un limite in un successo?
In generale sono molto meticoloso e dò una enorme importanza ai dettagli, quelle piccole cose che all’inizio sembrano non contare nulla, ma che poi si rivelano essenziali. Certamente questo approccio implica un grande impiego di tempo, ma alla fine si viene ripagati. Probabilmente è stato proprio questo modo di lavorare che ha decretato il successo di tanti prodotti.

Nella tua biografia il concetto di “correre il rischio” ritorna spesso. Ce ne parli?
E’ un qualcosa che capita spesso anche nel lavoro, quando prendere una certa decisione si rivela rischioso, magari in termini  di vendita. Ma personalmente ritengo che quando una persona è incerta, la risposta sia in genere un “si”: è quello il momento di tentare. Io faccio molta ricerca su materiali e colori. Quando abbiamo lanciato gli occhiali “Denimeye”, realizzati con tessuti morbidi come il jeans, per le montature, da parte del cliente c’era una certa ritrosia ad utilizzare questo tipo di materiale a contatto con il viso. Poi abbiamo avuto un successo straordinario e anche altri marchi hanno seguito il nostro esempio, a dimostrazione che osare, a volte, è la carta vincente.

 

A quali progetti state lavorando in questo momento?
Abbiamo lanciato il nostro nuovo smartwatch, il “Diesel On Full Guard”, per il quale è stata studiata una nuova interfaccia grafica. L’orologio utilizza Android Wear 2.0™, compatibile con iPhone® and Android™ e si può connettere tramite tecnologia Bluetooth. Abbiamo poi realizzato le nuove uniformi off-field per la AC Milan, prendendo l’icona della fiamma che ricordava il diavolo rossonero e creando un camouflage: il CAMO-FIRE. Questo è stato applicato su una giacca bomber dallo stile urban ma abbinato anche ad un blazer più formale.

Quale è l’iter creativo che porta alla definizione delle vostre collezioni?
La fase di ricerca è fondamentale. Poco tempo fa siamo stati in Messico per fare degli studi per la parte casa. E’ un paese molto interessante per quanto riguarda materiali e colori e sicuramente diversi spunti che abbiamo tratto stando lì verranno inseriti all’interno dei nostri prodotti per l’arredamento. Per i settori eyewear e orologi stiamo sviluppando un nuovo materiale che ha a che fare con la trasparenza e investiamo molto su questo. Devo ammettere che può capitare di avere l’idea giusta anche trovandosi in un mercatino vintage o andando in giro e osservando cose nuove, mobili, cibo, stoffe, cianfrusaglie. Il processo dell’osservare tanto ciò che sta attorno a noi, per poi trasformarlo in un qualcosa di concreto mi affascina, perché è sempre una bella sfida. Ovviamente prima della fase di ricerca facciamo dei briefing e riceviamo anche dei feedback di mercato, il che ovviamente ci evita di commettere errori.

 

Quali sono i tuoi interlocutori principali nell’azienda, in questa fase?
Con Nicola Formichetti condivido sempre qualsiasi spunto e lui mi dà le sue opinioni, ma poi inizia una parte molto importante, direi fondamentale del lavoro nel quale intervengono i ragazzi che lavorano sul prodotto. Loro prendono un input e lo trasformano, dandogli forme e dimensioni. Siamo costantemente a stretto contatto per dare vita a ciò che poi sarà l’oggetto finale. Da Diesel lavoriamo tutti insieme e in ufficio, nel tragitto che fai per la stampante, vedi grafiche, tessuti e colori e incontri dei colleghi con i quali inizi dei discorsi interessanti. A volte collaborare tra vari settori e scambiare idee è il segreto per ottenere buoni risultati. Magari chi fa maglieria ha un’intuizione che può essere usata per l’arredamento, o uno stilista che sta disegnando un giubbino in pelle pensa un dettaglio che sarebbe perfetto per i bordi di un divano. Prendiamo ispirazione ovunque. Questo clash di informazioni è molto interessante: è il cuore dell’azienda e anche ciò che le dà forza, proprio perché Diesel ama la ricerca e la sperimentazione ed è in questo modo che nascono le migliori idee.

Puoi indicarci una tendenza sulla quale punterete nei prossimi mesi per quel che riguarda le licenze?
La parte interessante del nostro lavoro è che quando troviamo un nuovo materiale che ci risulta interessante, questo in genere invade un po’ tutti i nostri settori, dunque l’arredamento, così come gli occhiali e via dicendo. Partendo da questa premessa, sicuramente nel prossimo periodo cercheremo di capire come veicolare il materiale di cui ti parlavo nei diversi settori delle licenze. Per quel che riguarda la moda, lì facciamo un discorso diverso e possiamo invece parlare di codici colore. Come opinione personale, posso dirti che continueranno ad andare contrasti netti e tonalità strong.

Quale ritieni sia stato, in tutti questi anni, il segreto del successo di Diesel?
Quando ero piuttosto piccolo, credo cinque anni, la parte denim, work e jeans era il focus dell’azienda ed è diventato un po’ il DNA di Diesel. Al tempo stesso, nel tempo, il brand è stato in grado di sposare tutto ciò con una vestibilità, dei materiali e una internazionalità di design molto variegata. Questo mix e clash che c’è stato nei Novanta ha avuto un ottimo esito di mercato. Ad esso, poi, si è aggiunta la componente rock e gli spunti dal mondo militare che abbiamo anche oggi e che ormai sono nell’heritage di Diesel. E’ da questo scontro/unione tra mood e ispirazioni, che sono sempre stati bene interpretati dall’azienda, che ritengo sia derivato il successo.

Diesel ha innovato tanto e ha distrutto molti tabù. Quale “muro” vorresti che fosse abbattuto dalla vostra comunicazione, in futuro?
Il bello della comunicazione è che hai ampi spazi di espressione ed espansione. Se c’è un concetto è valido, è anche giusto esprimerlo al meglio. Sicuramente la campagna pubblicitaria dell’apparel di quest’anno avrà un seguito da questo punto di vista, perché la continuità è importante. Forse un concept sul quale punterei, dal mio punto di vista personale, da quasi quarantenne che ha vissuto il mondo analogico e poi il digitale, sarebbe proprio analizzare meglio ciò che i giovanissimi di oggi non hanno avuto la possibilità di vivere in prima persona. Loro non sono mai entrati in un negozio di vinili, ad esempio. La ricchezza e la profondità dei contenuti che ci mettevi dentro era molto più importante dell’estetica, mentre oggi tutto è decisamente più superficiale, cosa che per molti è difficile da comprendere. Quella emozione che si provava allora sarebbe interessante da raccontare.

Parlando di giovani, cosa ti colpisce di un ragazzo che vuole lavorare per te in azienda?
Dipende. A volte faccio una domanda molto semplice: chiedo che musica ascolta e capisco se è la persona giusta o meno. Quando il CV corrisponde a quello che tu stai cercando, valutare lo spessore umano della persona è estremamente importante, perché sai che con lui o lei dovrai passare molto tempo. E talvolta si lavora meglio e con più intesa quando ascolti la stessa canzone.

Che persona sei, nel privato? Cosa ti piace e ti appassiona?
Il verde in generale, sono grande amante della natura. Amo viaggiare, vedere, sentire, assorbire qualsiasi cosa. Sono un fan della tecnologia e mi affascina l’idea del futuro che prende però spunto e origine dal passato, come in una specie di “Blade Runner”. La grafica mi è sempre piaciuta moltissimo, insieme a tutto ciò che è vintage e che ha “sapore”.

 

Quale è l’insegnamento più importante che hai imparato da tuo padre?
Lui è uno che non molla mai, non è un tipo che delega. Ha sempre avuto come primo obiettivo migliorare e sperimentare e l’innovazione in generale. Questo suo modo di essere è un enorme incentivo per tutti noi, una spinta a fare sempre di più. Mi ha insegnato a guardare sempre avanti e ad avere un totale dinamismo, anche e soprattutto di pensiero.

Parliamo di MYAR. Come è nato questo progetto parallelo?
Ho sempre avuto la passione per il mondo militare e i cargo. Sono del 1977 e gli anni Novanta li ho vissuti oversize: all’epoca vestivo più baggy rispetto ad oggi e facevo skate. Amo molto il mondo del tessuto e la costruzione degli abiti: quando indosso un capo, infatti, mi piace capirne la vestibilità e valutarne la funzionalità, che nell’abbigliamento militare è un fattore che viene messo al primo posto. Il militare ha sempre utilizzato stoffe calde e molto resistenti, cose che in Diesel nel settore apparel sono sempre state presenti. Io sono cresciuto nel mondo delle licenze dell’azienda e mi mancava un po’ la parte abbigliamento e tessuto e MYAR è stato uno sfogo naturale di questi miei interessi. Il nome deriva dall’anagramma della parola “army” e contiene anche le iniziali del mio nome. E’ nato tutto così.

Come ti vedi tra qualche anno dal punto di vista professionale?
Tra poco avrò quarant’anni. Ho sempre desiderato saper disegnare bene e un giorno lo saprò fare. Nella mia vita ho visto tante cose in giro per il mondo e più ne vedrò e più avrò voglia di metterle su carta. Mi incuriosisce cosa ne verrà fuori.

Intervista di Barbara Palladino

© Diesel

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