Atelier Biagetti: il design come performance e metafora

Alberto Biagetti e Laura Baldassari traggono ispirazione dalle ossessioni del mondo che ci circonda. Le loro creazioni hanno una funzionalità espressiva che innesca un corto circuito emotivo e fa sì che il design non sia solo un modo per soddisfare un’esigenza, ma anche un’occasione per riflettere, aprendo nuove modalità di interazione tra lo spazio fisico e psichico. Atelier Biagetti crea una collezione all’anno, seguendo il fil rouge di riti e culti collettivi. La serie “Body Building”, del 2015, trasformava attrezzi dedicati al fitness in oggetti da collezione, riflettendo sull’eterna ricerca della perfetta forma fisica. “No Sex”, invece, analizzava l’ossessione per il sesso e ricostruiva una rehab trascendentale e futuristica dove disintossicarsi e allontanarsi dalla società ipersessualizzata e dove gli oggetti (realizzati a mano a Milano e in edizione limitata) sono pronti ad attivare ricordi e connessioni inaspettate. Quest’anno, la trilogia si è conclusa con “God”, che indaga sul “dio” denaro, foriero di apparente potere e felicità. Alberto Biagetti e Laura Baldassari, che provengono da due mondi diversi – la progettazione lui, la lirica lei - costruiscono un palcoscenico virtuale dove vanno in scena oggetti e osservatori, ma dove le regole cambiano e ogni volta si narra una nuova storia. Il loro è un approccio innovativo. Ne abbiamo parlato insieme, nella nostra intervista…

A cosa state lavorando in questo momento?
Ci stiamo concentrando su nuove iniziative e mostre che faremo il prossimo anno, tra cui un progetto “conscious” molto ambizioso per il quale stiamo cercando il giusto partner. Al contempo portiamo avanti diverse collaborazioni con architetti su alcuni progetti site specific, con focus particolare negli Stati Uniti.

Avete scelto di realizzare una serie di oggetti all’anno, come se fosse il concept di una collezione di moda. Come mai questa scelta?
Per noi è importante raccontare una storia, che nel caso della trilogia, si è svolta in episodi ben distinti. Non ci importa di disegnare un nuovo prodotto: ce ne sono già moltissimi, più o meno utili. È molto più interessante costituire una scena in cui gli oggetti diventano i protagonisti di un film, attivando connessioni tra corpo, spazio e memoria.

Come nascono i vostri progetti?
Nei momenti più inaspettati, spesso in macchina, scambiando semplici pensieri l’uno con l’altra, confrontandoci sulle piccole ossessioni che diventano nuovi luoghi virtuali nei quali immergersi. Il nostro operare è poi chirurgico. È interessante utilizzare attraverso una prospettiva del tutto inaspettata un alfabeto già costituito, per cui ogni storia parla attraverso forme pre-codificate, cliché che appartengono a un immaginario collettivo, assolutamente riconoscibile. Facciamo un vero e proprio lavoro sul DNA di una specifica situazione. Così cominciamo a immaginare la scena, le persone che la vivono, gli oggetti che interagiscono con il corpo ed entrano in relazione con la nostra psicologia. La materia poi affiora spontaneamente. Ogni storia ha la sua temperatura e un grado di saturazione, brillantezza o ruvidità, come se si trattasse di pittura, in un certo senso.

Quanto c’è di voi stessi, nei progetti che realizzate?
Portiamo all’interno di ogni progetto tutto il nostro bagaglio di attitudini e immaginario creativo, senza riserve, in un'immersione totale; poi facciamo un passo indietro e guardiamo tutto dall’esterno, cercandone una sintesi che si regge su di un equilibrio tesissimo.

 

Come descrivereste la vostra estetica?
Non siamo affezionati ad un’estetica in particolare, ci piacerebbe essere come mutanti che cercano di raggiungere la semplicità. La trilogia “No Sex”, “Body Building” e “God”, curata da Maria Cristina Didero, è stata una vera e propria sfida, un percorso che ci ha coinvolti a 360 gradi. Abbiamo lavorato su ognuno di questi argomenti, con apparente leggerezza e una buona dose di ironia. Sono sicuramente argomenti sconfinati, che possono essere sviscerati in infiniti modi, ma per noi sono stati un pretesto per raccontare chi siamo oggi e immaginando chi saremo domani.

Quale è la vostra “ossessione”, da progettisti?
Coinvolgere, emozionare, aprire quesiti, far perdere le coordinate.

I vostri progetti inducono a riflettere, ma lo fanno con una allure giocosa e allegorica. Che ruolo ha, per voi, la componente ludica nel design?
Crediamo fortemente che la carica ludica sia una chiave di accesso molto potente, attraverso la quale è possibile affrontare ogni argomento, per guardare al mondo e a se stessi da una diversa prospettiva.

Quali sono, secondo voi, le caratteristiche di un “buon design”?
Il design è in tutte le cose, interviene nel nostro quotidiano, muta i comportamenti, accompagna i desideri, le abitudini, apre scenari. Se è tutte queste cose, allora, per noi funziona. Consideriamo il design come l’attore principale nello spazio intimo della casa, teatro privato di vizi e abitudini. Esso richiede un’interazione, una relazione, quindi può attivare un vero e proprio corto circuito tra spazio, oggetto e corpo e se lo si pensa in questo modo, il design trova una sua verità e ci proietta dove desideriamo.

Nella serie “Body Building” siete riusciti a coniugare oggetti tipicamente funzionali, come quelli dedicati all’allenamento, con l’estetica pura e una forma accattivante, che li rende adatti all’arredamento di una abitazione. Quindi per una volta forma e funzione possono essere entrambi valorizzati e “funzionare” insieme?
Per noi era importante creare un forte spaesamento tra idea di funzione ed estetica. L’attrezzo iconico da palestra, strumento pensato per stressare il corpo, diviene invece oggetto per accoglierlo. Seducente e bellissimo, è ripensato usando materiali pregiatissimi come pelle, argento, oro, soffice pelliccia e manifattura da capogiro. Un puro gioco di seduzione che voleva raccontare l’ossessione per la forma fisica, ma soprattutto capovolgere le nostre percezioni.

Il design ha da sempre dato soluzioni a dei problemi, quasi mai “interpretazioni” di realtà o fenomeni, mentre le vostre creazioni sembrano rappresentare la realtà secondo la vostra prospettiva. Pensate che un designer possa essere un “narratore”?
Gli oggetti che realizziamo non sono pensati per essere “morti”, inerti, ma richiedono un’interazione, uno spazio d’azione. Da qui nasce in noi l’esigenza di utilizzare la performance come ulteriore mezzo espressivo, in stretto dialogo con le cose e lo spazio. Questo ci permette di creare un vero e proprio contrappunto tra gli elementi, in modo da immergere il pubblico all’interno di un’azione di cui diventa spettatore e protagonista allo stesso tempo.

Pensate che un buon design possa “nutrire l’anima” al pari dell’arte? O il dover ricercare una funzionalità lo renda necessariamente meno aulico, rispetto a un’opera?
Sono ambiti diversi, il forte legame con la funzionalità dell’oggetto per noi è stimolante, spesso i “limiti” sono occasioni per riformulare pensieri e trovare nuovi percorsi.

Con la serie “No Sex” avete esplorato uno dei tabù della nostra società. Pensate che un buon design possa cancellare tabù e pregiudizi?
Il design è uno strumento in relazione costante con la nostra quotidianità, può sicuramente accendere dibattiti, attivare ragionamenti, soffermarsi su tematiche specifiche, raccontare storie e perché no, divenire specchio di noi stessi, con tutto il nostro bagaglio di pregiudizi e tabù.

Cosa consigliereste ai giovani designer emergenti?
Di essere coraggiosi e trovare la propria unicità.

 

C’è un’azienda con la quale vi piacerebbe collaborare?
IKEA, forse l’azienda più interessante con cui intrecciare un dialogo al fine di avvicinare la grande produzione industriale a tematiche ecologiche. Il design oggi può farsi portavoce di questo tema così caldo e chi meglio della multinazionale svedese può fare qualcosa per cambiare direzione.

Cosa non manca mai nel vostro atelier quando create?
Tantissime matite colorate e fin troppo caos!

Quali sono, oggi, le maggiori difficoltà per un designer?
Dipende molto da quale punto di vista. Le aziende sono in forte crisi, ma il design abbraccia le nostre vite a 360 gradi, tutto è design, quindi l’importante è trovare il proprio alfabeto.

C’è un oggetto che avreste voluto progettare voi?
La “Lounge Chair” di Charles and Ray Eames. Con quel pezzo non hanno progettato una poltrona ma inventato un nuovo modo di sedersi sul mondo, hanno modificato il comportamento domestico di una generazione - e non solo. Geniale.

Intervista di Barbara Palladino

© Atelier Biagetti

Vota