Benedetta Bruzziches: il mondo delle donne in una borsa

Le sue collezioni parlano di speranze ed energie positive, di amore, passione, femminilità. Benedetta Bruzziches crea borse in un connubio tra artigianalità e tecnologia. Recuperando il “saper fare” di un tempo e restando ad abitare nel paese dove è nata, ha scelto di vivere in base ad un “elogio alla lentezza”. La stilista ha esordito come assistente personale di Romeo Gigli nel 2007, ma poi si è trasferita in India per tre anni, dove ha lavorato come designer. Al suo rientro in Italia, le prime fiere, i clienti importanti e una carriera che inizia la sua ascesa. Arriva la finale del concorso “Who’s on Next”, il “Vogue Talent’s Corner”, gli “Awards” alla Berlin Fashion Week del 2013 e altri premi e riconoscimenti, come quello conferitole a marzo dal Presidente della Repubblica al Quirinale, che l’ha invitata a raccontare la sua esperienza di donna e imprenditrice. Le borse di Benedetta sono dei piccoli mondi, dei totem nei quali una donna racchiude tutta se stessa. Ne abbiamo parlato con la stilista, che ci ha raccontato qualcosa in più su di sé…

Da cosa prendi ispirazione quando crei le tue borse?

Le collezioni rappresentano per me un mezzo per approfondire una caratteristica della femminilità e ogni volta è un’occasione per scavarmi dentro. Mi sento come Persefone che scende nell’Ade. Adesso sto cercando di analizzare quella che è l’Afrodite che abita la donna, la sua parte più regale e selvaggia.

Ci dai qualche anticipazione sulla prossima collezione?

Anche per la primavera 2018, le mie creazioni saranno “sensuali” e molto tattili, così come lo era la “Carmen”, una delle borse più famose che ho disegnato e che trasmetteva un senso di sinuosità molto dolce. I nuovi modelli permetteranno di fare un percorso sensoriale, a cominciare dal tatto: ci sarà la morbidezza della pelle, ma anche la freddezza e la vetrosità di alcuni dettagli in porcellana di Limoges lavorata al terzo fuoco con i lustri e la perlescenza delle vernici di rivestimento.

Quale è la borsa più particolare che hai progettato fino ad oggi?

Una delle cose che preferisco del mio lavoro è la sperimentazione sui materiali e le lavorazioni artigianali. “Ariel”, ad esempio, è una fusione di nuove tecnologie e artigianalità. È realizzata in PMMA intarsiato e lucidato a mano fino a raggiungere la trasparenza del vetro. Rappresenta una bolla di ossigeno che risale gli abissi. Ariel ha una natura misteriosa, a guardarla neanche sembra una borsa, ma mi sono convinta che riesca a perforare lo sguardo e sappia scendere nell’intimità per parlare alla regina che abita le profondità del nostro animo. È un archetipo, un mezzo per la narrazione che la donna fa di se stessa e contemporaneamente uno strumento di consapevolezza, almeno per me! È trasparente, ma viene venduta all’interno di una teca di cristallo  e con una pochette di satin di seta per celare il contenuto della borsa.

Cosa è la femminilità per te?

Femminilità è la galassia che mi abita e che sto ancora esplorando! Credo che la femminilità sia l’insieme delle forze creative alle quali in ogni fase della vita impariamo a dare un nome e che ci rinnovano.

Tu hai vissuto sia a Milano che a Roma, ma poi hai scelto di tornare nel paesino dove sei nata. È una scelta controcorrente per una stilista che vuole sfondare nella moda.

È vero. Sono tornata a vivere a Caprarola, in provincia di Viterbo. Qui, nella casa in cui sono nata, in un laboratorio circondato da meli, noccioli, albicocchi e ulivi vengono realizzate gran parte delle borse dai miei artigiani! Sono innamorata della terra, di questi ritmi e dei miei compaesani. Tutto ciò mi fa sentire ricca e amata. Non so dirti se vivrò sempre qui, ma per ora questo è il luogo che permette che tutto ciò accada.

Quale è la parte che ti piace di più del tuo lavoro?

Quando “faccio”. Capita che l’idea per una nuova borsa mi arrivi come una “visione” e poi inizia una fase in cui devo trovare il modo di realizzare un qualcosa che potrebbe all’inizio sembrare impossibile, come catturare un tramonto o cristallizzare un’onda del mare. In questo periodo sto lavorando a “Slimer”, la borsa fantasma: ti lascio immaginare la faccia del mio artigiano quando, per fargli capire di cosa si tratta, gli ho chiesto se avesse mai visto gli acchiappafantasmi! Adoro la fase in cui l’idea si concretizza perché la mia immaginazione si mischia con quella di chi la deve realizzare e condividere un’idea crea sempre una bella comunione!

Quale è stata la soddisfazione più grande che hai avuto in questi anni?

Il mio team è la cosa di cui vado più fiera: è un dono e una conquista. Questo non significa che non ci siano momenti in cui non si debba correre, ma lo si fa tutti insieme e si riesce anche a ridere nel mentre.

C’è una musa che vorresti vedere indossare una tua creazione?

Avrei amato molto vedere Rossy De Palma con una mia borsa, poi qualche giorno fa ho scoperto che l’ha davvero indossata in uno spot! È successo anche con Rihanna. Ma quella che mi ha reso più fiera è stata Rita Levi Montalcini, alla quale donai una borsa libro per il suo 103esimo compleanno.

Ci racconti un episodio legato al tuo esordio che ricordi con affetto?

Ero alla mia prima collezione e non sapevo come muovermi. Il mio fidanzato mi costrinse a fare il giro di tutto gli showroom di Milano. Nessuno mi prese, ma la collezione era forte e lo spirito intraprendente e mi consigliarono di partecipare a delle fiere e le migliori erano Tranoï a Parigi e White a Milano. Ho investito tutto quello che avevo e mi presero ad entrambe. Purtroppo il mio stand era un corridoio alla fine della fiera, i clienti che arrivavano erano stanchissimi e nessuno ci notava. Ma mamma Ada ci aveva preparato i suoi favolosi biscotti e così fermavamo tutti i passanti dicendo “il tempo di un biscotto per guardare la nostra collezione”. E così sono arrivati i primi trenta clienti!

Che progetti hai per il futuro?

Immagino il mio studio come un luogo itinerante per spostarmi in giro per il mondo. Sto meditando di comprare un camper per andare alla scoperta di artigiani e artigianalità. E voglio farlo danzando e cantando!  

Intervista di Barbara Palladino

©  Benedetta Bruzziches

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