Duccio Maria Gambi, dormire in un campo di lavanda

Il linguaggio del cemento lo affascina. E il paesaggio delle città gli offre sempre moltissime ispirazioni. Allo stesso tempo, niente come una notte in tenda, meglio se sotto la pioggia, lo riesce a emozionare. Il designer e artista toscano Duccio Maria Gambi, che oggi si divide tra Parigi e Firenze, sembra avere mille occhi: sempre attento a quel che lo circonda, traduce ogni stimolo in pezzi dalla presenza scultorea. A metà strada tra arte e design.

Su cosa sei impegnato al momento?
Sto ultimando i lavori che presenteremo a Miart, con Nero Gallery Arezzo, e durante il Salone del Mobile, con Plusdesign.

C'è un oggetto di design al quale sei particolarmemte legato?
Probabilmente la lampada da architetto, nelle sue mille varianti: è un punto luce riprogrammabile, la amo per la sua estrema flessibilità. Se posso allargare il campo, direi il cappuccio: una microarchitettura intima ed essenziale. Mi hanno molto influenzato i radicals italiani degli anni '70.

Se potessi vivere la vita di un'altra persona creativa per un giorno, chi sceglieresti?
Un musicista, magari uno di contrabbasso jazz o tromba, per l’intensità e il trasporto che ci mettono e anche perché credo che in vita mia non potrò mai esserlo.

Che obiettivi ti poni nel tuo lavoro?
Il principale è verso me stesso: riuscire a materializzare i mille spunti che corrono nella mia testa. E in qualche modo impossessarmi di ciò che mi smuove. Creare un movimento dal mondo a me e da me al mondo. Nei progetti su commissione, invecee, risolvere i problemi dei miei clienti e creare dinamiche spaziali e relazionali attraverso i mobili che realizzo.

Hai notato cambiamenti importanti nel campo del design e dell'arte?
Progetti che si affrancano sempre di più dall’idea di funzione. Mi piace vedere come, liberandosi dal vincolo di usabilità, si riesca ancora a parlare di oggetto. Oltre a questo, c'è una proliferazione di materiali che entrano nel mondo del design da altri mondi del progetto. E si nota una grande rivalutazione del lavoro manuale, insieme a una diffusa ricerca sulla manipolazione della materia. Si è spostato in avanti il concetto di artigiano, sempre più prossimo a quello di scultore. Da un certo punto di vista è, però, importante che si riescano ad allargare i confini senza farsi fagocitare dal concetto di arte: poter parlare ancora di design pur allontanandosi dalle definizioni di base.

Ci sono stati momenti di svolta importanti nella tua carriera?
Diversi. Le lezioni di Gianni Pettena a Firenze e Pierluigi Nicolin a Milano. E l'esperienza di un anno da Atelier Van Lieshout: mi ha aperto un mondo. Su come si progetta, su come si realizza, su come si lavora in squadra, sull'idea di scala del progetto. Poi la prima mostra, da Luisa delle Piane: mi ha spinto a crederci. Il primo Miart con Nero e la prima personale da Plusdesign. Anche aver condiviso l’atelier con lo scultore Nicola Martini e il lavoro a casa del fashion designer Gherardo Felloni a Parigi.

Tra i tuoi tanti progetti, dei quali vai più fiero e perchè?
Direi la mia tesi di laurea al Politecnico di Milano. Ho tradotto in arredo due architetture. Un processo creativo incredibile, con migliaia di spunti interessantissimi. E poi Chapitre 0, il progetto di guerrilla furniture che abbiamo fondato a Parigi: si usciva alle 8 di sera si tornava alle 5. In questo arco di tempo si recuperavano materiali, si costruiva, con una sega a mano e un avvitatore a batteria, si installava, e si andava a letto. Era un vero sforzo creativo di gruppo: lavorare con materiali dati a priori, poca possibilità di modificarli, e in pochissimo tempo. La ricompensa era vedere nei mesi successivi tante persone godere del nostro lavoro silenzioso e notturno. Anche il contenitore/espositore di libri per la galleria Jocelyn Wolff, per la precisione del rapporto tra forma e funzione.

Hai sempre sognato di fare questo lavoro?
Sì, da quando ho iniziato gli studi di design sono sempre stato attratto da questo mondo e ho remato in questa direzione. Mi piace il fatto di usare moltissimi strumenti, dagli acquerelli alla betoniera.

Ci dici una mostra o un evento artistico che hai amato quest'anno?
Una mostra a cui non sarei probabilmente andato e che mi ha stupito è stata quella dedicata a Louis Vuitton al Grand Palais. Ho scoperto l'oggetto baule nelle infinite customizzazioni che lo rendono un oggetto di arredo trasportabile sempre diverso. E attraverso di lui un modo di viaggiare, o una definizione stessa di viaggio, che non conosciamo più.

Quali sono le tue principali fonti d'ispirazione?
La città, con tutti i suoi dettagli. Credo sia un universo infinito da cui attingere. C’e tutto: relazioni tra forme, colori, materiali, trasparenze, pieni e vuoti, masse, finiture, epoche e persone. Mi piace molto camminare senza una meta precisa proprio per questo motivo. Il mio laboratorio, con pezzi sbagliati, pezzi a metà, errori e casualità, frammenti di materiali.  

Raccontaci una giornata di lavoro tipo?
L'inizio è sempre uguale: sveglia alle 7.03 e colazione. Una volta in atelier, una bella tazza di caffè, camminando e meditando sui lavori in corso. Poi ogni giornata è a sè, un mix sempre variabile tra il laboratorio, dove produco, e lo studio, in cui disegno. Ci sono poi sopralluoghi, trasporti, installazioni.

Riesci a definire il tuo stile?
Davvero non saprei.....Brutale, scultoreo, materico?

Quale ritieni sia il tuo miglior talento?
Le persone che mi stanno accanto. E la dedizione.

Quali sono le difficoltà del tuo lavoro?
A volte è difficile accettare che non riuscirai mai a fare tutto quel che vorresti. Tecnicamente capire che esiste una fase fondamentale di lavoro anche dopo che l'oggetto è finito. Per non parlare del compromesso con il committente.
 

Ci sveli alcuni dei tuoi indirizzi preferiti?
Non conosco molti alberghi. So che le notti migliori fuori casa le ho passate dormendo su una spiaggia, in un prato, davanti a un fuoco o in un furgone ai bordi di un campo di lavanda. Così come adoro la tenda, specialmente quando piove. Stessa cosa per il ristorante. Unica eccezione è Rinuccio 1180, il bistrot di Antinori a Bargino: mio fratello è lo chef.

Raccontaci com'è casa tua?
Una piccola casa accogliente con infiniti punti luce, tanti libri, piccoli oggetti raccolti qua e là, alcune opere di amici artisti. Non è speciale in sé, ma per i miei tre coinquilini: mio figlio, la mia compagna, il mio gatto.

Hai un motto?
Sicuramente sono fatalista. Credo che l'importante sia l'atteggiamento e scegliere la prospettiva giusta da cui guardare le cose.

Intervista di Marzia Nicolini
© ducciomariagambi.com

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