Eolo Perfido: quando l’arte incontra la fotografia

I suoi scatti sono stati pubblicati su magazine prestigiosi come Vogue Russia, NY Times, L’Espresso e ha realizzato campagne pubblicitarie per clienti internazionali come Pepsi Cola, Valentino, Samsung, Adidas. Eolo Perfido inizia la sua carriera come assistente di big della fotografia come Steve McCurry, Elliott Erwitt, Eugene Richards and James Nachtwey, un’occasione che lo ha portato a viaggiare per il mondo, tra Europa, Asia, Africa e Sud America. Nel 2009 si aggiudica il Premio Fotografico per la sezione Arte e Ricerca Creativa dell’associazione nazionale fotografi italiani Tau Visual.

Oggi Eolo Perfido, ritrattista e fotografo pubblicitario, è anche uno degli Street Photographer più noti del nostro paese, è Leica Ambassador e ha fondato Storm Studio, specializzato in Creative Retouching, Digital Imaging e 3D CGI. Ecco cosa ci ha raccontato….

Se dovessi descriverti a chi non ti conosce, cosa diresti? 

Sono appassionato e curioso. Sostanzialmente un razionale. Predisposto fin da piccolo a cambiare idea quando è evidente che non ha alcun senso non farlo. Molto flessibile, tollerante e ben disposto nei confronti degli altri. Non temo di rimanere deluso dalle persone e preferisco rischiare nelle relazioni piuttosto che aver paura di sbagliare e rimanere ferito. Dopotutto chi non ha mai deluso qualcuno?

Come è nata la passione per la fotografia?

Ho sempre amato il mondo del fumetto d’autore e delle graphic novel. Avrei voluto fare l’illustratore, ma purtroppo non sono mai riuscito a sviluppare una buona mano. La fotografia è stata una scoperta fatta per caso, quando a ventotto anni ho capito che poteva essere utilizzata come strumento narrativo. E’ stato allora che me ne sono innamorato. 

Quale è stata la prima grande occasione di svolta della tua carriera?

Quindici anni fa la mia attuale agenzia fotografica decise di rappresentarmi. Dopo un periodo di prova mi fecero partecipare ad una gara per una campagna pubblicitaria internazionale. Vincemmo e mi ritrovai a scattare una campagna per la Pepsi Cola. Quello fu il primo assignment che mi aprì le porte della fotografia pubblicitaria.

Cosa caratterizza il tuo stile ?

Nel ritratto classico lo sguardo in camera ed una luce ambiente diffusa sono sicuramente alcuni tra gli elementi più evidenti. Ho un tratto pulito e cerco l’armonia tra le diverse parti del corpo del soggetto fotografato: un ritratto si fa in due e se voglio catturare qualcosa della persona che fotografo devo adeguarmi ai suoi flussi emotivi. Se però l’attesa non porta buoni frutti allora sta nell’abilità del professionista di trasformarsi in un gentile “marionettista” per ottenere qualcosa di significativo dalla sessione fotografica. 

La mia fotografia creativa è sicuramente più sporca. Amo trasformare i miei soggetti e mi rifaccio ad un immaginario nato con la mia passione per i graphic novel. Il chiaroscuro la fa da padrone conferendo un’atmosfera cupa a tutta la mia produzione. I soggetti vengono trasformati in personaggi frutto del mio immaginario e poco rimane dei loro tratti personali.

Nella fotografia di strada cerco di utilizzare lo strumento dell’inquadratura per eliminare dalle mie immagini fonti di distrazione. E’ un lavoro di sintesi e minimalismo. Amo le immagini con un soggetto solitario al centro del fotogramma che si relaziona con architetture dalle forme spesso simmetriche e le scene multisoggetto dove ogni personaggio sembra avere una posizione ordinata all’interno di un contesto spesso caotico e disordinato.

Ogni fotografo ha una propria “ossessione” visiva. Quale è la tua?

Le mani. Cerco sempre di inserirle nelle mie fotografie cercando di farle sembrare eleganti ed in armonia con il resto dell’immagine.

C’è una foto celebre che avresti voluto scattare tu?

Infinite. Se devo sceglierne una mi viene subito in mente il ritratto di Buzz Aldrin scattato durante il primo allunaggio nel 1969 da Neil Armstrong con una Hasselblad ed un obiettivo a 70mm. E’ una delle fotografie più emozionanti che abbia mai visto in vita mia.

Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Sono ispirato da tantissime cose: llustratori, fumettisti, pittori, scultori. Ma anche  il lavoro di molti fotografi che scopro su internet. E’ difficile rimanere insensibili a questa enormità di stimoli. La mia curiosità è insaziabile ed a volte devo prendermi delle pause da tutti questi input per concentrarmi di nuovo sulle mie cose. Diciamo che alterno lunghi momenti di fruizione a brevi ma intensi momenti di creatività personale. Il giusto equilibrio tra queste due condizioni mi rende felice. Quando tendo a favorirne una piuttosto che l’altra sento che mi manca qualcosa e divento più inquieto.

Come nasce la passione per la street photography e come si è evoluta la tua ricerca nel tempo?

Ho iniziato a fotografare Street facendo ritratto di strada. Per i puristi della disciplina il ritratto in strada non è propriamente Street Photography, ma per me è stato comunque un modo di iniziare. La soddisfazione che traevo da queste sessioni si è tramutata in un interesse sempre più specifico per questa disciplina. Ho così dedicato molto tempo a conoscere il lavoro di alcuni tra i maestri di questo genere e contestualmente a sviluppare un mio modo di interpretare quanto scoprivo durante le mie passeggiate con la macchina al collo. Mi sono reso conto che se volevo ottenere quanto avevo in mente dovevo dare una risposta reattiva ed istintiva  all'imprevedibilità della vita quotidiana attraverso un’attenta osservazione dei luoghi e delle persone che incontravo cercando di catturare momenti unici ed emozionanti o di creare giustapposizioni di elementi non collegati tra di loro mettendoli in relazione attraverso l'inquadratura fotografica.

Cosa cattura in genere il tuo sguardo quando fotografi in giro per strada? 

Cerco relazioni nuove tra elementi spesso percepiti come comuni e poco stimolanti. Questo rende il mio lavoro molto soggettivo. Il mio intento non è giornalistico o documentario e non ho nessuna volontà di rappresentare la realtà per come è comunemente percepita. Al contrario il mio obiettivo è quello di creare un nuovo ordine delle cose in modo da suggerire una narrazione enigmatica e spesso non autoconclusiva. La mia fotografia di strada è sintesi che aspira a diventare arte nel suo riuscire a riprodurre e reinterpretare il reale.

Hai lavorato per fotografi molto noti, come Steve McCurry, Elliott Erwitt, Eugene Richards e James Nachtwey. Che ricordi hai di quelle esperienze? 

Collaborare con questi fotografi mi ha permesso di vedere al lavoro alcuni tra i professionisti più importanti della storia della fotografia e di poter viaggiare moltissimo. Sono fotografi molto diversi tra loro e da tutti spero di aver imparato qualcosa. Hanno però in comune una caratteristica fondamentale per chi vuole eccellere in questo mestiere: un'attenzione quasi maniacale verso il loro lavoro, una determinazione d’acciaio e la continua ricerca della qualità in ogni progetto in cui sono coinvolti.

Come è nato il progetto Clownville? E dove trovi l’ispirazione per creare nuovi personaggi per questa serie?

L’immagine del Clown ha affascinato fotografi, illustratori, scrittori registi e compositori. Ho voluto costruire su questo immaginario collettivo la mia personale visione. Scattando questa serie ho scoperto che indossare la maschera del Clown libera i soggetti dalla schiavitù del proprio volto. Lo sguardo diventa ispirato e libero da qualsiasi inibizione. Quello che mi hanno dato molti dei soggetti che ho fotografato per questa serie è stato straordinario. L’ispirazione la trovo nei miei momenti più inquieti che sono a dire il vero molto rari. Tendo ad essere quasi sempre di buon umore. Ma quando c’è qualcosa che mi tormenta allora cerco di visualizzare quel sentimento e di dargli un volto attraverso una maschera.

Ci racconti un aneddoto divertente da un tuo set?

Durante uno shooting corporate ho accettato di scattare delle canoe in un fiume in piena tra due serie di cascate ed ero attaccato sotto ad un elicottero ad oltre 3000 metri di altezza. Non ero perfettamente attrezzato ed ho fatto una serie di errori di valutazione, come non verificare la tenuta della muta prima di farmi legare al centro del fiume: era bucata. La seconda quella di uscire da un elicottero a 3000 metri senza pensare che un paio di jeans non erano sufficienti a proteggermi dal freddo. Ero talmente eccitato dall’esperienza che mi sono accorto del freddo solo quando sono arrivato a terra ed avevo le gambe viola. Ero giovanissimo, inesperto e pieno di entusiasmo.

Che consiglio daresti ai giovani che vogliono seguire le tue orme?

Non è facile passare dalla fotografia fatta per passione a quella fatta per professione. Non è solo una questione di qualità della propria fotografia ma anche di capacità imprenditoriale. Per fare questo lavoro ci vogliono determinazione, flessibilità ed apertura mentale. Bisogna saper gestire i clienti, interpretare le loro richieste, essere coerenti e costanti. Saper anticipare e risolvere i problemi più inaspettati. Imparare a saper valorizzare il proprio lavoro anche e specialmente quando non viene compreso. Avere la pazienza e la cultura per formare i propri clienti quando questi non sono in grado di capire le potenzialità della fotografia. Seguire una precisa etica professionale, saper gestire i propri collaboratori, saper programmare la propria crescita professionale. La fotografia non è diversa da altri lavori. Richiede una grande dose di concentrazione, e di capacità di focalizzazione.

Se dovessi dare dei suggerimenti direi di iniziare da piccoli clienti per farsi le ossa, anche se non ci si sente ancora pronti. E’ un lavoro che si impara sul campo. Consiglierei di mettercela tutta anche se si tratta di piccole committenze e scattare per il più piccolo dei clienti come se si stesse lavorando per la più grande delle corporation. Di sviluppare una politica di networking seria ed efficace. Di parlare con le persone ed ancor di più di far parlare il proprio lavoro. La qualità alla lunga paga sempre.Se poi si vive in un posto dove ci sono poche opportunità, e se si vuole davvero fare questo mestiere, di farsi coraggio e cambiare città o paese.

Quali sono le caratteristiche di un buon fotografo ?
La cultura, la tenacia e la voglia di studiare tutta la vita.

C’è un incontro o una persona che ha influenzato il tuo lavoro?

Anche se spesso non siamo d’accordo, la mia compagna e collaboratrice Antonella Catanese. Mi porta sempre a riflettere in modo costruttivo sul mio lavoro e a trovare nuovi stimoli per fare meglio. 

Oggi molti esordienti utilizzano i social network e internet per proporre i propri lavori e farsi conoscere. Cosa ne pensi? 

I social network sono uno strumento molto importante per far conoscere il proprio lavoro. Purtroppo sono molto impersonali e non permettono di qualificare le qualità umane dei professionisti. I rapporti personali rimangono quindi molto importanti ed è davvero da folli pensare che i social possano sostituire le attività di networking fatte di incontri e scambi personali. Per i social ho delle persone del mio studio che seguono ed aggiornano i miei feed. Io mi occupo delle persone in carne ed ossa.

Cosa non deve mai mancare su un tuo set?

Voglia di lavorare.

Hai un motto? 

Il mio motto è “Oggi è un grande giorno!” Lo ripeto spesso ai miei collaboratori. E’ una specie di mantra che di solito ripeto la mattina quando arrivano tutti a lavoro. Probabilmente non lo sopportano più! 

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Per quanto riguarda la fotografia sto lavorando ad un libro sulla Street Photography che ho scattato in questi anni a Tokyo. Sto anche pianificando delle nuove serie fotografiche per il mercato fine art. Infinesto cercando di trovare del tempo per diversificare. Penso che la fotografia non possa che migliorare se riesco a trovare stimoli in altri ambiti che non abbiano a che fare con la creazione di immagini.

Intervista di Barbara Palladino

© Eolo Perfido

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