Federico Babina, ogni giorno una nuova scoperta

Parlare con Federico Babina, architetto e illustratore italiano di stanza a Barcellona, equivale a inoltrarsi in un viaggio dove parole e immagini si sovrappongono creando infinite ispirazioni. Divenuto famoso per le sue serie, in cui illustrazioni di edifici-icona trovano nuove collocazioni, associate a campi come musica, narrativa e cinema, Babina ama rinnovarsi. Nel lavoro come nella vita privata quel che conta è crearsi un percorso personale e stimolante, fuggendo a qualsiasi categorizzazione.

A cosa stai lavorando al momento?
Mi piace lavorare a più cose contemporaneamente, in quanto mi permette di guardare le mie immagini con una certa distanza: è un approccio più dinamico. Sono un multitasking designer. Se mi chiudessi in un solo progetto perderei la prospettiva delle cose. Cambiare l’immaginario e le immagini è un poco come non vedere una persona tutti i giorni. Quando mi trovo un’altra volta con una serie ho così più cose da raccontare. Un riposo meditativo mi aiuta a mantenere vivo e fresco il rapporto con le mie illustrazioni.

Cosa conti di lanciare presto?
Una serie in cui esploro una relazione astratta tra alcune patologie psichiche e l’architettura: un tema delicato, ma stimolante. Sto anche realizando piccole sculture ceramiche che caricaturizzano l’architettura e alcuni dei suoi protagonisti. L’importante è mantenere fantasia, creatività e immaginazione in continuo movimiento.

Hai un oggetto di design-feticcio?
Con gli anni ho imparato a separarmi dagli oggetti, è un esercizio duro, peró aiuta a non essere schiavi delle cose. Ho smesso di essere un feticista del design, posso separarmi dagli oggetti senza soffrire troppo. Ho trasformato la monogamia in una relazione aperta, io e gli oggetti ci amiamo ma senza possessività. Mi piacciono gli oggetti inutili e belli, ma anche quelli utili e brutti, e viceversa. Mi interessa il design quando è fatto di idee, non solo di forma e ricerca di funzionalità.

Se potessi vivere la vita di un'altra persona creativa, chi sceglieresti e perché?
Dipende dal giorno e dall’umore. Alcune volte mi sveglio volendo essere un cantante, altre un regista cinematográfico. Altri giorni ancora mi piacerebbe intraprendere un’avventura solitaria immerso nella natura oppure viaggiare nel tempo e vestirmi da personaggio storico. Oggi però mi piacerebbe essere Pablo Picasso per dipingere un poco. Attraverso l’illustrazione riesco spesso a travestirmi per fingere di essere un’altra persona.

Qual è il tuo scopo nel lavoro?
Non tendo a pormi obiettivi concreti da raggiungere. Sono per lo più astratti, ad esempio riuscire a esprimermi e comunicare attraverso le mie illustrazioni. Se riesco in questo, le cose che vengono saranno come regali inaspettati piovuti dal cielo. Preferisco che la vita mi sorprenda. Perseguire obiettivi è un noioso, è come camminare con l’unico scopo di arrivare al traguardo. Io invece voglio godermi il viaggio.

Hai notato qualche cambiamento nel settore dell'illustrazione?
La tendenza è quella di complicare. Trovo che in passato l’illustrazione fosse più asciutta e diretta. I nuovi mezzi e tecnologie facilitano l’aggiunta di dettagli superflui, che spesso sporcano e offuscano il messaggio. Tuttavia la cultura contemporanea è piena di illustratori con un enorme talento. Il bello dell'illustrazione è che segue i cambiamenti socioculturali e li trasferisce sul foglio.

C'è stato un punto cruciale nella tua carriera?
Certamente quando i miei lavori hanno cominciato a girare ed essere pubblicati. La visibilità sotto certi punti di vista aiuta, ma sotto altri inibisce. La vetrina nella quale mi espongo si è fatta più grande e sto imparando a convivere con le diverse sfumature che questo comporta. L'esposizione alle reazioni della gente - positive o negative - ha sempre un effetto condizionante sul lavoro. Il mio sforzo in questo momento è mantenerlo all’interno dei miei schemi.

Tra i tuoi progetti, di quale vai maggiormente fiero?
La serie alla quale sono più affezionato è quella che ancora non esiste. Quella che compongo nella mia mente e che disegna la mia immaginazione. Delle altre realizzate ciascuna mi ricorda un momento e una sensazione vissuta. Sono tasselli di un mosaico che mi rappresenta: ciascuno è fondamentale nella composizione d’insieme.

Hai sempre sognato di fare questa carriera?
No. Ho sempre sognato di poter fare quello che più mi piace, mi stimola e mi interessa. In questo momento l’illustrazione racchiude questi componenti. Mi sono sforzato negli anni di scegliere e non di essere scelto. La cosa non sempre è possibile, peró mi sforzo di percorrere questo cammino.

Ci sono mostre che ti hanno emozionato quest'anno?
Una mostra che ho visitato recentemente a Barcellona: "1,000 m2 of desire Architecture And Sexuality". Un tema che mi interessa: mi ha dato vari spunti di riflessione.

Chi o che cosa ti ispira?
Non credo molto nell’ispirazione. Le idee sono lí che ci aspettano: basta saperle vedere. Cercare ispirazione e idee è un lavoro quotidiano e costante. È come camminare verso un luogo senza sapere come arrivarci. Alcune volte la strada si trova facilmente, altre ci si perde durante il percorso. L’importante è voler arrivare. Le mie fonti spaziano dalla natura al mondo della grafica, dall’arte al mondo dell’architettura, passando per i fumetti, la pubblicità e la musica. Tutto può dare spunti e stimoli interessanti.

Esiste una giornata-tipo di lavoro?
Prima di cominciare a lavorare vado a passeggiare con i miei cani in spiaggia: Barcellona, dove abito, è una città che aiuta a vivere bene. Mi aiuta a pensare e mi rilassa molto. Per il resto sono metodico e costante e quando mi innamoro di un'idea sparisce il concetto di tempo e di sforzo.

Come definisci il tuo stile?
Mi piace sentirmi libero di esprimermi senza dover rinchiudermi nella prigione di uno stile o di forma. Mi sforzo perchè nei miei lavori ci sia il rigore dell'architettura, la libertà di pittura, il ritmo e la pausa della musica e il mistero magico del cinema. Provare a mescolare linguaggi apparentemente etrogenei che peró comunicano tra loro. Il mio principio portante è la ricerca di una semplicità comunicativa. Come diceva Bruno Munari: "Complicare é facile, semplificare è difficile". La semplicità è la cosa piú difficile da raggiungere. Per semplificare bisogna togliere e per togliere bisogna sapere quali sono le cose superflue.

I contro del tuo mestiere?
Come in tutti lavori creativi, la difficoltá principale è che ne venga riconosciuto il valore. È una battaglia quotidiana per fare in modo che le idee siano viste come una virtù intellettuale, ma soprattutto professionale.

Com'è lo spazio dove abiti?
La casa è per me uno scrigno pieno di ricordi. Ho una menoria fotografica per le case in cui ho vissuto. Ricordo i dettagli gli oggetti, gli odori, le forme di tutti gli ambienti in cui sono stato. In casa mia ogni spazio e ogni oggetto hanno il proprio momento. La casa cambia continuamente: la luce, gli odori, le stagioni trasformano gli ambienti, che non sono mai uguali, anche se lo possono sembrare. Per questo bisogna adattarsi a questi cambiamenti.

Hai un motto di vita?
Non perdere mai la capacità di sognare.

Intervista di Marzia Nicolini
federicobabina.com

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