Giovanna Castiglioni: mio padre diceva “se non siete curiosi, lasciate perdere”
Achille Castiglioni

Ha progettato alcuni degli oggetti di uso comune e celebri complementi di arredo ormai diventati iconici, come la lampada “Arco” prodotta da Flos. Achille Castiglioni è stato – ed è ancora - un punto di riferimento del mondo del design. Nell’eterna lotta tra forma e funzione, privilegiava la seconda, con un occhio meticoloso e rigorosissimo che puntava al vero design industriale: quello che risolveva con ingegno un problema e veniva prodotto su larga scala per entrare a far parte della vita delle persone. Nonostante avesse vinto nove Compasso D’oro, non amava essere chiamato “Maestro”, né provava piacere nel sentire definizioni come “Archistar”.
E’ questa una delle tante curiosità che ci ha raccontato Giovanna, figlia del grande progettista, nonché Vice Presidente e Segretario Generale della Fondazione Castiglioni, che a Milano da anni porta avanti la memoria di Achille tramite un archivio storico, mostre, iniziative e percorsi di scoperta dei progetti da lui ideati. Le abbiamo fatto qualche domanda sul rapporto con suo padre “uomo” e sulla vita di Achille “designer”.
Ecco cosa ci ha raccontato.

Fondazione Castiglioni

A cosa state lavorando in questo momento con la Fondazione Castiglioni?
Il prossimo anno ricorreranno i cento anni dalla nascita di mio padre e stiamo organizzando diverse iniziative, tra cui due mostre presso la Fondazione. La prima è “Cento per cento Achille”, che sarà aperta dal 16 febbraio (il giorno del compleanno di mio padre) al 30 aprile. Abbiamo chiesto a cento designer di portare altrettanti oggetti anonimi, quelli, per capirci, come delle forbici o un martello, diventati famosissimi e di grande utilizzo, ma dei quali non si conosce il progettista. Mio padre li amava molto e spesso li proponeva a lezione in università, per far capire agli studenti quando fossero importanti. Nel caso delle forbici, ad esempio, faceva una bellissima lezione sul rapporto tra forma e funzione, la prima rappresentata dal taglio, la seconda dalla silhouette dell’oggetto che cambiava, a seconda se era necessario usarle per un bonsai o un tessuto. La mostra, che verrà curata da Domitilla Dardi e Chiara Alessi, sarà anche un’occasione per celebrare questi designer di cui non si conosce l’identità.
La seconda iniziativa si legherà ad un progetto espositivo che in Fondazione abbiamo già iniziato dallo scorso anno con “Dimensione Domestica”, che indaga i temi dell’abitare riproponendo alcuni allestimenti fatti da Achille e Pier Giacomo Castiglioni. Dopo “Ambiente di soggiorno”, che venne esposta a Villa Olmo a Como nel 1957 e “L’ambiente arredato per il pranzo” che mio padre e suo fratello proposero a Palazzo Strozzi a Firenze nel 1965, il prossimo anno (da maggio a dicembre) sarà il turno di “Ambiente per il pranzo”, progetto di Achille per la mostra “Mobili italiani” del 1984 a Tokyo e che riproporremo in Fondazione.

Quale ricordo ha di suo padre Achille Castiglioni?
Era una persona molto aperta, umile e solare. Lo ricordo ogni giorno allegro. Tornava a casa fischiettando. Amava moltissimo il proprio lavoro e non per questo ha tolto amore a noi figli. Siamo stati dei privilegiati. Io che sono la più piccola ho avuto anche l’occasione di godermelo quando la sua carriera era ormai avviata, era felice e aveva il piacere di lavorare con le aziende. Devo ammettere che con la Fondazione faccio un lavoro meraviglioso e ho l’opportunità di avere vicino mio padre anche adesso che non c’è più.

Nell’approccio al design come era?
Rigoroso e preciso, ma con sempre una punta di ironia che smorzava la tensione del lavoro. Giocava molto con ciò che inventava, pur puntando sempre al meglio della qualità e nel rispetto del progetto fatto bene.

Potrebbe raccontarci un aneddoto che ricorda con affetto, legato al progettista, ma anche all’uomo?
Ne conservo tanti e invito tutti a venirci a trovare in Fondazione, perché nelle visite guidate delle quali mi occupo racconto molto di lui. Forse l’ho anche un po’ “messo in piazza” e magari non avrebbero voluto né lui né mia madre, ma come spesso amo ripetere, chiunque viene qui, poi “porta a casa un piccolo Castiglioni”. Spesso alla fine delle visite le persone mi abbracciano, proprio perché raccontiamo della vera essenza dell’uomo e comunichiamo tutto il suo entusiasmo, dunque la gente poi conserva un pezzetto di lui.
Un ricordo molto piacevole risale a quando nel 1980 inventò un oggetto per non litigare di notte con mia madre. Lei amava leggere fino a notte fonda, mentre lui andava a dormire presto. Ideò una lampada dotata di specchio che indirizzava la luce sul libro e non disturbava chi stava vicino. Dagli anni Ottanta in poi i miei genitori non hanno più litigato, la trovo una grande storia. Ecco, direi che mio padre faceva le cose con amore. Voleva risolvere i problemi, per lui quello era il buon design.

 

Tra tutti i progetti disegnati da suo padre, quale era il suo preferito?
Un interruttore rompi tratta progettato nel 1968 per VLM. Lo amava e ne era orgoglioso perché era il vero oggetto di industrial design: costava poco, era entrato nelle case di tutti e funzionava. Quello che porto nel cuore io, invece, è la lampada “Giovi” che disegnò per me e che rappresenta un sole e i suoi raggi.

Avverte una sorta di responsabilità nel raccontare Achille Castiglioni?
Moltissima. Sia io che mio fratello Carlo abbiamo ereditato il grande impegno da mia madre nel portare avanti la memoria e nell’occuparci di questo studio dove lui ha lavorato quarant’anni, prima insieme al fratello e poi da solo. Certamente sento una enorme responsabilità nel raccontare il design italiano nel “Metodo Castiglioni”, ma anche nel rieditare un pezzo di design, oggi che le aziende non sono più quelle con le quali lui ha lavorato.

Come pensa sia cambiata, negli anni, la progettazione nel settore del design?
Un tempo di lavorava a china e non potevi sbagliare, oggi si usa il computer e internet ha avvicinato il mondo. Con Skype sei un Giappone o in Cina in tempo reale, mentre mio padre per andare a Tokyo impiegava ore. Forse le aziende dovrebbero tornare a credere nei giovani, come del resto fece Aurelio Zanotta con mio padre, o Alessi con Mendini. Oggi invece puntano molto sull’oggetto e sul marketing, conta il nome già affermato e si trascura un panorama ampio di giovani che restano nell’ombra perché non hanno opportunità di farsi vedere. L’imprenditore visionario di un tempo è diventato una persona che sta attenta al rischio di impresa e alla comunicazione. In passato il rapporto tra azienda e il designer era biunivoco, la prima cresceva grazie ai progetti del secondo e viceversa.

Alla luce di ciò, ritiene che, ad oggi, il design italiano sia ancora competitivo rispetto all’estero, come lo era nel momento di attività di suo padre? 
E’ una bella domanda. Se ci affacciamo alle più importanti scuole di design del nostro paese, vediamo che è pieno di stranieri curiosi di capire cosa accade in una Milano che è in continuo fermento e che fanno loro la cultura del design italiano, che metteva creatività e praticità al servizio del progetto. Gli stranieri stanno entrando a gamba tesa e questo è frutto dei tempi. Non so dire se saremo ancora competitivi nel futuro. Dovremmo rimboccarci le maniche per fare un buon design e non solo belle forme.

Cosa vorrebbe che il pubblico ricordasse, in particolar modo, di suo padre?
Che era una persona estremamente umana e disponibile. Io andavo con lui ai vernissage, senza rendermi conto a tempi di quanto fosse famoso. Con quel suo sorriso si interessava alle persone e alla vita in maniera sincera. Era rimasto un umile e si infastidiva se lo chiamavano “Maestro”. Certamente gli facevano piacere i nove Compasso d’Oro vinti, ma non si gloriava del fatto che la lampada “Arco” fosse esposta al MOMA di New York, piuttosto che la si potesse trovare a casa della gente comune.

Alcuni dei progetti più noti ideati da suo padre, come “Arco”, ad esempio, sono stati anche molto imitati. Lui cosa pensava di questo?
Spesso a studio arrivava qualcuno che gli diceva “hanno copiato questo e quello” e lui rispondeva molto tranquillamente “se copiano vuol dire che piace”. Trovare il doppione della lampada “Arco” lo faceva sorridere. Certo, scoprire magari tre buchi nella base di marmo mentre ne bastava uno per spostarla, non lo entusiasmava, ma in generale era una cosa che prendeva con un sorriso, anche perché non è così facile copiare bene.

Che ruolo avrà la Fondazione Castiglioni in futuro?
Quando io e mio fratello non ci saremo più, la Fondazione avrà comunque il compito di portare avanti l’archivio e accogliere i visitatori facendoli sentire a studio, ma anche un po’ a casa. Il prossimo anno sarà un momento importante e decisivo per noi, visti i festeggiamenti del centenario dalla nascita di mio padre. Non ne dovremo sbagliare una, anche se lui diceva “chi sbaglia, fa giusto”, perché l’errore ti porta ad imparare e a non commetterlo una seconda volta.

Radiofonografo Brionvega progettato da Achille e Pier Giacomo Castiglioni

Se dovesse dare un consiglio ai giovani designer che sognano di seguire le orme di suo padre, cosa direbbe?
Di essere umili e provare a fare una progettazione che serva alle persone. Di essere curiosi e guardarsi intorno. Ai suoi studenti diceva sempre “se non siete curiosi, lasciate perdere”. Lui suggeriva di restare affamati di novità, di studiare e vedere tutto, paesaggi, posti, cose, studiare musica, poesia. Tutto è intorno a noi, per quel che riguarda la progettazione e saperlo vedere porta ad essere dei bravi designer, piuttosto che diventare subito famosi per essere definiti “Archistar”.

Da cosa traeva ispirazione Achille Castiglioni?
Oggetti quotidiani, natura, quello che gli stava intorno. Lui amava vedere tutto, persino andare alle giostre. Diceva “porto la bambina alle giostre”. Peccato che la “bambina” avesse diciotto anni! In realtà era una scusa per guardare con occhi infantili tutto ciò che lo circondava. Adorava creare cose con la gente e per la gente. Anche quando stava davanti al mare, seduto a guardare le onde, secondo me aveva mille pensieri e si chiedeva che rumore facesse un sasso che si scontrava con un altro. Credo che nella sua mente in quel momento nascesse già un bellissimo progetto.

Intervista di Barbara Palladino

© Fondazione Achille Castiglioni

Interruttore rompi tratta progettato da Achille Castiglioni nel 1968 per VLM
Giovanna e Carlo Castiglioni. Foto di Lorenzo Barassi e Matteo Fiorini
Vota