“Ci ho messo 10 anni per capire che non mi bastava fare graffiti. Cinque per capire che non m’interessava avere un alter ego creativo con una sola qualità”. Chi l'avrebbe detto che Jordy van den Nieuwendijk, uno degli illustratori più ricercati in circolazione, sia passato attraverso così tante fasi artistiche? Eppure, mettersi in gioco e uscire dalla zona di comfort è uno degli esercizi che ha mantenuto la fantasia del creativo olandese così fertile e prorompente.
Oggi non ci sorprende vedere come Jordy si sia tuffato a capofitto nel mondo della pittura. Ogni momento libero da brief, lui solleva un pennello, grande come un remo o piccolo come uno spillo. Per dipingere opere solari, esplosive, dirette. Col tempo sempre più astratte e aperte all’interpretazione. Il caos che proviamo tutti a fuggire è lì nelle sue tele, ma Jordy è capace di renderlo meno complicato, anzi, di farci venire la voglia di sguazzarci dentro.


Disegno per la brochure della mostra MOTOR

Da Nina Sagt Gallery, a Düsseldorf, hai presentato circa 20 nuovi dipinti all’interno della tua personale “Motor”. Come nasce la mostra?L’idea di farne delle pitture mi è venuta facendo una serie di schizzi durante un viaggio in Europa sulla mia veccia Fiat Panda. Quell’auto ha la forma squadrata più semplice che conosca, facile da disegnare, e ho finito per farne una versione sempre più minimalista. Di ritorno a casa, scorrendo tutti gli schizzi, ho provato a tradurne alcuni con pastelli a olio. Alla fine ho dipinto una selezione e l’ho mostrata a Nina, la mia gallerista a Düsseldorf. L’idea era di restare fedele alla bozza più semplice, lasciando il lavoro figurativo, ma anche cercando di giocare con gli spazi negativi. Ho lasciato alcune parti dell’auto in un solo colore, altre in bianco. Mi piace pensare che la gente le possa osservare a lungo, in una ricerca personale che li porta a riempire gli spazi vuoti.

Parliamo di un’altra mostra. Da Moiety Gallery, il tuo ultimo show a NY, hai esplorato l’dea di cornice. Cosa ti ha emozionato di più di questo progetto?Nei mesi precedenti allo show ho avuto diversi scambi con Joshua e Kyle, due artisti brillanti e proprietari della Moiety Gallery. Abbiamo parlato del mio lavoro e di come presentarlo. Ciò che mi ha sbloccato è stata l’opportunità di pensare fuori dalla carta o dalla tela. Nelle nostre discussioni, prima dello show, ho spiegato loro come ho cercato nuovi modi di inquadrare e di presentare i miei disegni e dipinti. Lo show è finito con tappeti personalizzati, fatti a mano da un signore di New York, serigrafie su specchio, un dipinto incorniciato da luci al neon e da una serie di pitture accatastate sul pavimento. La mostra è stata piuttosto giocosa, mentre i motivi e i soggetti dei dipinti hanno fatto sembrare tutto come una serie molto forte.


Dipinto di un peperone esposto alla mostra WET! da Moiety

Quando hai capito di aver trovato la tua voce?Ti ricordi quando eri alle elementari? In classe c’era sempre qualche bambino che disegnava tutto il tempo: io ero uno di quelli. Facevo caricature divertenti degli insegnanti e i miei compagni si divertivano a vederle. Spesso disegnavo per le mie compagne e ovviamente mi piaceva l’attenzione che ricevevo. Così ho capito che grazie al disegno avrei potuto fare qualcosa. Tutti mi dicevano che avevo talento e che seguirlo sarebbe stato intelligente.

Il disegno ti aiuta ancora ad avere successo con le ragazze?Qualche anno più tardi, alle superiori, le mie compagne iniziarono a dirmi che mi trovavano “carino”. Io continuavo a disegnare sui miei libri, sui quadernini d’appunti o nei loro diari. Dopo un po’ di tempo, dato che ero in piena pubertà, come puoi immaginare, non volevo più essere semplicemente “carino”. Vedevo tutti quei ragazzi più grandi di me con le loro moto e mi sono detto che “carino” non mi bastava. Pensai alla cosa più figa che si potesse fare con il disegno e in quel momento erano sicuramente i graffiti. I miei amici e io abbiamo cominciato piano piano a rubare bombolette spray dai fratelli più grandi. Abbiamo iniziato a dipingere sui treni, sui tetti e su ogni pezzo di muro lungo le ferrovie.


Dipinto esposto alla mostra WET! da Moiety

Cos’hai imparato nel tuo periodo graffiti?Non volevo essere acciuffato dalla polizia, sarebbe stato un po’ scomodo. Parte del gioco dei graffiti è che resti sconosciuto e dipingi anonimamente. Volevo che la gente riconoscesse i miei lavori, così usavo una palettte di colori fissa e ho disegnato gli stessi personaggi. La gente che notava questa combinazione particolare di personaggi e colori avrebbe capito che l’autore era lo stesso. Lo stile si è evoluto e cambiato nel tempo, così come il mio interesse per la musica, il cinema, la moda, etc. Ma di certo ho avuto periodi più lunghi di pittura in un solo stile.

Dopo le superiori sei andato Grafisch Lyceum Rotterdam? Lì cos’hai imparato?Ho scoperto che potevo vivere di disegno e graffiti. I miei maestri mi hanno sempre spinto nella direzione dell’illustrazione, e speravano prestassi meno attenzione alla mia attività costante nei graffiti. Ho finito per studiare illustrazione e applicare le regole del graffiti writing al mio lavoro. Lavorando con una palette di colori prefissata, disegnando personaggi sempre nello stesso stile, con nomi sempre diversi. Questa volta senza spray sui muri esterni, ma realizzando tutto al computer. Poi ho condiviso su internet e pubblicato su riviste e T-shirt. Ho creato un sacco di robot e mi sono dato un nome: Superoboturbo.


Dipinto esposto alla mostra WET! da Moiety

E per finire, alla Art Academy a l'Aia hai iniziato a prendere direzioni diverse dall’illustrazione… Ovvero?Quando sono entrato alla Royal Academy ero ancora molto attivo come Superoboturbo. Il mio alter ego iniziava a ricevere diverse commissioni, e questo mi motivava a fare di più. Ho creato questa persona che inziò a diventare popolare, e con una piccola dose di successo. I miei insegnanti al contempo videro molto potenziale in me. Cercarono di tirarmi fuori dal periodo Superoboturbo, mentre io lavoravo in un solo stile, e facendo le stesse cose continuamente. Quando ho capito che mi stava limitando, che m’impediva in un certo senso di crescere e svilupparmi, ho iniziato a combattere contro il mio alter ego.

È stato un periodo difficile: avevo quasi dimenticato chi fosse Jordy van den Nieuwendijk. Saltavo i corsi d’arte o ero sempre in ritardo, finivo i progetti il giorno prima delle scadenze, senza mai essere d’accordo con gli insegnanti. Superoboturbo guadagnava ancora soldi, macinava nuove consegne e attenzione. Sapeva chi era e ha creato questa zona di comfort. Ho iniziato a essere geloso del mio alter ego.

Per il mio esame finale alla Royal Academy, ho deciso di organizzare un funerale e una cerimonia commemorativa per Superoboturbo, il mio alter ego. Invitai i miei amici, la mia famiglia, senza dimenticare di cantare un Ave Maria, offrire torte e del caffé disgustoso. Per l’occasione avevo realizzato un’enorme bara dai colori brillanti che rappresentava Superoboturbo. Lo seppellii quel giorno stesso, nel retro della Royal Academy.


Allestimento della mostra WET! da Moiety

Hai lavorato con diverse palette di colore, prima di scegliere quella attuale. Quali sono state le scoperte più interessanti che hai fatto con i colori?Dopo avere sfruttato a lungo la palette di Superoboturbo, ovvero colori dolci, brillanti e caramellosi, ho inziato a lavorare sempre meno con i colori. Ho iniziato a prenderci gusto nel giocare con gli spazi bianchi e negativi e ho iniziato a usare molto bianco per fare respirare il mio lavoro. Apprezzavo tutto questo bianco, ma al contempo volevo renderlo colorato. Ho iniziato a giocarci associando un colore diverso a ogni linea dei miei disegni. Mi piace ancora farlo. Mentre cercavo di sperimentare e lavorare con diversi materiali, mi sono divertito a lavorare con gli stessi colori per un momento, tenendoli tutti connessi.

In un’intervista hai detto: “Il mondo a volte non ha senso”. A guardare i tuoi lavori sentiamo la complessità diventare più semplice, amichevole e brillante. Tutto questo ci sembra avere senso, no?Cerco di semplificarmi le cose. Di renderle più calme e facili, per riconoscerle e capirle. La mia arte non è complicata, è aperta e a volte simbolica o iconica.
Vado tutte le mattine in spiaggia con il mio cane per iniziare la giornata. Ogni giorno lancio la palla il più lontano possibile. Il mio cane le corre dietro, me la riporta e così via. A volte ci penso e mi chiedo: ma che diavolo sto facendo? Mi piace pensare alle cose che faccio e perché le sto facendo. Riflettere e sognare tutto il tempo su cose stupide m’ispira. L’altro giorno ho guardato una compilation video di persone che cadono dalle scale. Ok, sarà stato anche doloroso, ma è troppo divertente. Abbiamo computer che possono fare le cose più straordinarie, aiutare i medici, scienziati, le scuole etc. E poi ci sono io che guardo la gente cadere dalle scale. Rotolando su scalini senza fine. O mio dio, mi dico ancora: ma che cosa sto facendo?


Allestimento della mostra WET! da Moiety

Cos’è che ti fa ridere?Guardati il video YouTube “35 Face Balls in 32 Seconds”. L’avrò visto milioni di volte. È divertente perché mostra il lato stupido dell’essere umano. Penso che un giorno ci siamo annoiati al punto che ci siamo inventati dei giochi con le palle. Oggetti rotondi da lanciare, seguendo delle regole prestabilite. Ma spesso va male e ci prendiamo delle pallonate in faccia. Quella compilation su internet è solo una parte minima di tutte le persone che si stanno prendendo una pallonata in faccia proprio ora. Mi piace pensare a quante volte al giorno capita e a quante persone. Immagina se potessimo avere una rassegna giornaliera accompagnata dai suoni. Sarebbe strepitoso.

Qual è il brief commerciale più interessante su cui hai lavorato?Il progetto si chiama “A scarf called June”. Un signore di Amsterdam mi ha chiesto di fare un’illustrazione per una sciarpa in tessuto di bambù. Una volta realizzata, mi ha chiesto di creare anche il video promozionale. L’idea era che dovessi spiegare perché della mia scelta cromatica e perché avessi deciso di disegnare. Ho cercato di portare il concept più in là, invece di rispondere a tutti quei perché. Ho conosciuto due registi e mi hanno chiesto perché disegnassi su una sciarpa. Non avevo la risposta, ma ho trovato il modo di disegnare su qualsiasi cosa volessero. L’idea è piaciuta ed è diventata il concept del video. Abbiamo allestito un soggiorno tutto bianco, pronti a disegnarlo, e per renderlo un po’ più interessante e mostrare che davvero potessimo disegnare su tutto, abbiamo chiesto a una bellissima attrice e cantante sessantacinquenne di Amsterdam di partecipare al progetto. Tutto il video alla fine è una celebrazione del disegno.


Fotogramma dal video per il progetto "A Scarf called June"

Di recente hai iniziato a insegnare disegno alla Royal Academy a l'Aia. Cosa vuoi condividere con i tuoi studenti?Innanzitutto assicurarmi che non facciano i miei errori a scuola, perché penso di aver potuto ricavarci molto di più. Per me è importante essere tornato a scuola, è una seconda chance per stare insieme, imparare, ispirare e motivare un fantastico gruppo di ragazzi. Mi sento apprezzato e rispettato. Ho 45 studenti e ognuno di loro ha stili e motivazioni diverse. Hanno diversi livelli di preparazione e anche per questo per hanno bisogno di tipi di tutoraggio, aiuto e motivazioni su misura. Oltre a imparare le tecniche di base, mi assicuro che possano visualizzare e disegnare ciò che vedono e pensano, cerco di stimolare il loro interesse nel disegno e nell’arte in generale. Stanno studiando tutti graphic design, ma segretamente sto cercando di tirare fuori l’illustratore che c’è in loro.

E ora cosa ci possiamo aspettare da te?La mia ragazza mi ha fatto conoscere il lavoro di artistic come Henry Moore e Barbara Hepworth, portandomi in un parco di sculture nello Yorkshire, in Inghilterra. Vorrei seguire un laboratorio di ceramiche. Un amico mi sta insegnando tutto sulla pittura a olio. Visto che sto viaggiando molto ultimamente, mi sto prendendo la fissa per i musei e le librerie. Ma per ora, sono ancora nel mio periodo di pittura. Vedremo cosa succederà!

Ci daresti un consiglio su un ristorante, un albergo, un negozio e una birreria ad Amsterdam?

- Foyer (ristorante)
- Hôtel Droog (albergo)
- Concerto (negozio di musica)
- Atheneum (libreria e riviste)
- Brouwerij 't IJ

Intervista di Fabio Falzone
Foto in home di Justine Leenarts

 


 

 


Autoritratto per la rivista Apartamento


Seated Nude Reflected in Pool (2014)

Victimes de la Mode (2013)

R E L A X (2014)
Houseplant (2014)


Photosynthesis


Photosynthesis


Stencil Still Life


Stencil Still Life


Installazione della mostra Florist


Chuk 70 (2014) per Converse


Figures on Sofa (2012)


Souvenirs de Paris (2013)


Spraying Spraycan (2012)


Figure with Tennis Racquet (2011). Murale con latex