Il gusto per ciò che è straordinario. A tu per tu con Rossella Colombari

La sua, a Milano, è una delle gallerie internazionali più importanti per quel che riguarda il design del XX secolo.
Nata in una famiglia di antiquari, Rossella Colombari ha fondato la prima galleria a Torino, all’inizio degli anni Ottanta. All’inizio la ricerca si focalizza insieme alla sorella sul lavoro di Carlo Mollino, ma con l’apertura della sede nel capoluogo lombardo, arrivano i grandi nomi quali Ettore Sottsass, Giò Ponti, Alessandro Mendini, Franco Albini.
Oggi la galleria opera in circuiti internazionali collaborando con musei e lavora alla ricontestualizzazione di pezzi storici in spazi contemporanei.
Abbiamo parlato di questo e molto altro con la titolare Rossella Colombari. Ecco cosa ci ha raccontato.

Se dovesse presentare la sua galleria ad una persona che non la conosce, che parole userebbe?
Seguo il principio di “pochi pezzi, ma eccezionali e di altissimo contenuto storico e artistico”. Come una bella donna, colei che si distingue in mezzo a tante mezze bellezze è l’eccezione. Ed è Lei a fare la differenza.

Quali progetti avete in cantiere in questo periodo?
Si è appena conclusa la fiera The Salon Art + Design a New York. Stiamo lavorando sulla preparazione di Miart 2018 e sul progetto speciale che faremo per il Salone del Mobile e DesignMiami/Basel a giugno. Sono inoltre impegnata su dei lavori di interior decoration molto importanti e coinvolgenti.

Lei ha collaborato con il Victoria&Albert Museum e il Musée d’Orsay. Ci racconta qualcosa di queste esperienze?
Grazie a mio padre e mio nonno, i musei sono ambienti che ho sempre frequentato e collaborare con essi è un’esperienza affascinante. Mi è capitato di vender loro alcuni pezzi, ad esempio al Victoria & Albert Museum e al Museé d’Orsay. Si è creato così, negli anni, un rapporto di stima e fiducia reciproca tra me e i capi di dipartimento, dove è proprio l’oggetto a fare da tramite in questo legame. Da un po’ di tempo siamo inoltre in contatto con il Centre Georges Pompidou, che è interessato ad alcune proposte. Per me, vendere ai musei è sempre un enorme piacere, perché in pratica si assiste alla storicizzazione definitiva del pezzo.

Come è collaborare con grandi designer ed emergenti? Quali differenze riscontra nell’approccio al lavoro?
Il mio interesse, come gallerista, si rivolge ormai nella quasi totalità dei casi allo storico e al Novecento. Ho avuto qualche esperienza con il contemporaneo, ma la mia matrice è figlia dell’antiquariato. Capita - ed è capitato in passato - che io compri dei contemporanei, ma si tratta dello stesso identico approccio che ho con l’antico: li sento.

Lei è anche collezionista, oltre che gallerista?
Sono stata una grande collezionista. Nel 2005, in collaborazione con la Casa d’Aste americana Wright, ho deciso di disperdere la mia collezione e andare oltre. Mi sembrava ormai un discorso esaurito e ho messo all’asta tutto, facendo dei world record. Oggi mi interessa l’Architettura e lo spazio che ruota intorno all’Oggetto.

Come è la sua casa? Quali pezzi importanti la arredano?
Al contrario di quanto si possa immaginare, avendo vissuto sin da bambina in case museali, ho sentito l’esigenza di viverla al contrario. Si tratta di una abitazione assolutamente confortevole e priva dei principi che ho enunciato in precedenza, proprio per separare mentalmente i due mondi, lavoro e vita privata. Allo stesso tempo, ho comunque sentito l’esigenza di conservare alcuni pezzi a cui sono legata. Poche cose, ma importanti, dai mobili, all’arte, alla fotografia. Non nego che prossimamente io possa ricominciare a “giocare” anche in casa mia.

Il suo è un mestiere tramandato all’interno della famiglia. Chi le ha trasmesso il gusto del bello?
Mio nonno, al quale ero molto affezionata e che mi ha portato con sé fin da quando ero bambina. Ho imparato molto sia da lui che da papà.

Ci racconta un aneddoto speciale legato ad un personaggio passato nella sua galleria?
Una sera ero ancora nella mia vecchia sede in Via Solferino a Milano. Era tardi, stavo lavorando sull’inventario. Suonano alla porta. Intravedo dalla vetrina un uomo con un paio di occhiali tondi.  Era un uomo, un artista. Abbiamo chiacchierato fino a notte fonda e discusso su Mollino, sull’archivio della Galleria e sulla storia del design. Era Robert Wilson, con il quale abbiamo in seguito inaugurato la nuova sede in Via Maroncelli con la mostra “The Chair – The Chairs” nel 2003.

Quale è il pezzo che ha avuto nella sua galleria e al quale è stata più affezionata?
Prima, alla fine di ogni anno sceglievo un pezzo eccezionale da portare a casa. Poi ho smesso. Sicuramente, tra tanti arredi, nel mio cuore rimane il tavolo “Vertebrae” di Carlo Mollino.

Quali sono le difficoltà legate alla gestione di una galleria che tratta design e modernariato?  
Sono nata sotto un ”regime sabaudo”, se c’è un fiore all’occhiello della galleria è proprio legato alla qualità del servizio che offriamo, che viene dall’esperienza familiare. Vista la vasta clientela internazionale, una parte complessa è sicuramente la logistica legata alle esportazioni. L’importante è l’interazione di una squadra competente su tutti i fronti.

Quale è, secondo lei, il modo migliore per ricontestualizzare un pezzo storico in spazi contemporanei?
Sicuramente la volumetria intorno ad un determinato oggetto è dettata dall’oggetto stesso. Oggi con materiali come l’acciaio, con tutte le tecnologie esistenti e le possibilità architettoniche, un pezzo importante può rivivere una vita completamente diversa, de-contestualizzato dal suo habitat originale, ormai superato e ri-contestualizzato in spazi contemporanei, vivi. Questo principio è evidente nel Musée des Beaux Arts de Lyon e nel Dipartimento di Arti Primitive al Musée du Louvre, disegnati dall’Arch. Wilmotte. Elementi antichi esposti in un contesto contemporaneo che riesce ad esaltare al meglio la loro particolarità e bellezza.

Lei ha dato grande valore al lavoro di Carlo Mollino. Su quale nome scommetterebbe, oggi?
Su alcuni autori ancora poco conosciuti e poco stimolati dal mercato: tutta la classe italiana degli architetti del pre e dopo guerra, che non siano Mollino, Ponti e Sottsass. Un nome è Guglielmo Ulrich, geniale ed elegante.

E su quale stile punterebbe? Che consiglio potremmo dare a chi volesse acquistare pezzi di modernariato?
Tutto il Novecento è straordinario, che sia italiano, tedesco o francese. L’importante, come dico sempre, è comprare ed investire sull’oggetto eccezionale e di qualità. Di qualsiasi epoca o magari internazionale, purché sia straordinario. Il sano principio di "poco, ma bene" (e bello).

Il design italiano viene ancora ricercato come qualche anno fa?
Ancora di più. Sfortunatamente emergono pochi nomi nuovi, ma il design italiano in questo momento è agli apici. E’ ricercatissimo e conosciuto in tutto il mondo, talmente tanto che oltre ai collezionisti ha stimolato anche i falsari.

Come si sono evoluti i gusti della vostra clientela, nel tempo?
Per il detto “chi si assomiglia si piglia” i clienti collezionisti hanno sicuramente seguito in parte la mia stessa evoluzione. Si è andati verso l’essenza massima del pezzo e una valorizzazione dei principi architettonici. 

Lei lavora anche per progetti di interni. Quale è stato il lavoro più impegnativo con il quale si è cimentata?
Da anni seguo gli interni per una cara cliente, una grande collezionista. Ormai abbiamo trovato un’intesa e una sinergia straordinarie. Insieme abbiamo fatto case meravigliose, crescendo nel tempo ed evolvendoci insieme agli spazi.

Cosa consiglierebbe ai giovani designer, nell’ottica del realizzare dei pezzi che siano accolti bene dal mercato?
Provenendo da una logica molto severa, legata a quella degli Architetti italiani del Novecento, dove progettare era un pensiero, trovo che il mercato al momento sia in uno stato completamente confusionale. Il prodotto, salvo rari casi, mi sembra sia di bassa qualità. La tecnologia ha aiutato molto, ma nello stesso tempo ha cancellato dei sani principi riguardo alla progettazione e alla conoscenza. C’è confusione riguardo alle idee di artigianato, design, art design. Per me, ciò che forma un grande nome è l’architettura, una cultura che si basi su funzionalità, estetica e soprattutto progettazione.

Intervista di Barbara Palladino

© Galleria Rossella Colombari

 

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