Il lato colto della street art: Giulio Vesprini

Giulio Vesprini si occupa di arte urbana dal 2005, ma al suo impegno come writer prima e come street artist dopo, ha sempre affiancato progettazione grafica e amore per l’architettura. Dal 2009 cura “Vedo a colori”, progetto di riqualificazione urbana che ha trasformato l’area portuale di Civitanova Marche in un turbinio di colori e meravigliose opere di nomi della street art. Nel 2013 ha fondato lo studio “Asinus in Cathedra” e ha iniziato un lavoro di ricerca sull’”Archigrafia”, che si interroga sul rapporto tra grafica e architettura. Giulio ha un approccio “colto” nei confronti della street art e non indugia nell’auto consacrazione basata su vanità e celebrazione dell’ego, ma vuole dare un senso alla sua arte ed evolvere il proprio stile. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

Ecco cosa ci ha raccontato…

Come sei passato dal writing alla street art?

Io ho un background legato al writing e al graffitismo come molti altri miei colleghi, che è un po’ la “gavetta” che si fa in questo settore e che ti fa arrivare alla street art con una “disciplina” diversa e non improvvisata. Ho iniziato a 14 anni e ho continuato fino all’inizio dell’Accademia di Belle Arti, quando ho abbandonato il concetto di “muro”, perché i miei professori erano piuttosto contrari a quell’attività. Ad ogni modo sono rimasto “in strada” facendo installazioni, video e altri interventi, ma il pennello l’ho ripreso nel 2007, ripartendo da zero e abbandonato il lettering e iniziando uno stile figurativo. Alla fine sono approdato allo studio di Mondrian e a delle forme geometriche, alle quali aggiungo elementi di botanica, che rappresentano la natura che si riappropria dei suoi spazi. Da qualche anno porto avanti il colore rosso, lo trovo molto energetico e mi dà forza, è una tinta che “mi ha scelto”.

Come mai hai abbandonato la bomboletta e sei passato a questo stile più “essenziale”?

Perché la tecnica con le bombolette aveva esaurito tutta la sua potenzialità, con gli spray c’erano dei talenti enormi e non riuscivo più ad evolvermi e avevo bisogno di raccontare me stesso in maniera differente. Non volevo fermarmi ad un’unica espressione artistica. Noi siamo ospiti del mondo ma anche dell’arte. Quando si esaurisce il livello di comunicazione e si diventa ridondanti, stai dicendo una bugia a te stesso e agli altri. Io non faccio politica, ma ammetto che qualsiasi tipo di arte è una forma di comunicazione.

Quale è l’opera della quale sei più fiero?

Il lavoro che ho fatto quest’anno per il Cheap Festival a Bologna. Era una manifestazione legata alla poster art, per la quale invitavano artisti per realizzare degli interventi creativi. Ho realizzato delle opere su un muro lungo 140 metri e alto tre, dove ho affisso 56 poster da un metro per 140 cm.  Ho realizzato sei lavori ispirati ad ogni quartiere di Bologna. Ci tengo tanto perché in quell’occasione ho potuto lanciare il concetto di “Archigrafia”, che ho iniziato a studiare sin dal 2013.

 

Di che si tratta?

Ho la passione per architettura e grafica. Ad un certo punto della mia evoluzione creativa, mi sono chiesto se esistesse una figura che conciliasse le mie due anime. Può una forma amorfa tornare a parlare con lo spazio? E può un intervento fatto su un muro, far si che quell’edificio “dica” qualcosa? Non volevo che le mie opere fossero solo un inno alla bravura tecnica, ma un mezzo per dare dei messaggi. Inoltre, grazie a ciò che ho fatto per il Cheap Festival, i pedoni, che su quel marciapiede tanto piccolo, dove in genere “sparivano” nel caos dei clacson e dello smog, entrando nell’opera e osservandola, tornavano protagonisti.

Cosa vuoi comunicare con la tua arte?

I messaggi dei miei lavori sono molteplici, ma la reazione che vorrei suscitare nell'osservatore è: “Cosa sto guardando? Non lo capisco.”. Mi interessa “dare fastidio” e creare delle emozioni per risvegliare i sensi.

Nelle tuo opere inserisci numeri e scritte. Che significato hanno?

La “G00” e il numero progressivo dei muri che sto facendo con questo stile (la “G” è l’iniziale del mio nome). Ho ripreso quello che faceva Kandinsky e non dò un titolo alle opere, ma le chiamo “forma 1, forma 2 e via dicendo”. Le parole, infine, servono a rafforzare il disegno.  Ora c’è la moda del’astrattismo fine a se stesso e si rischia di lasciare dietro di noi una mole di segni demistificati, un deserto di linee e curve che non hanno senso. Allora io rafforzo i segni con le parole perché potrebbero essere lo spunto per dare significato ad una visione e ad un pensiero.

Il tuo approccio alla street art è molto “colto”…

E’ vero, io studio tanto, sono rimasto nel circuito accademico e penso che ormai l’intuito non sia più sufficiente per fare arte, se non ci sono fatica, disciplina e studio.  Molti arrivano alla street art solo per moda, spinti dalla passione, certo, ma senza cultura dietro.

Cosa consiglieresti ai nuovi talenti della street art?

Anche se sembra paradossale, direi di seguire una formazione accademica. Soltanto la frustrazione di ridare un esame dieci volte per superarlo, ti forma. Riesci nella vita solo se ti abitui alla fatica per arrivare. Dobbiamo tornare a ragionare in maniera razionalista e mettere la funzione prima dell’estetica, ecco perché serve la disciplina. Consiglierei ai giovani talenti di “chiedere” a chi è più bravo di noi, di fare tante domande. E poi viaggiare, ma farlo per capire e conoscere altri posti. E andare alle mostre, leggere libri, andare al cinema e coltivare tutto ciò che ci nutre.

Hai una filosofia di vita?

Si: “Recte agere, nihil timere”, una frase latina che vuol dire “il retto agire nulla teme”. Se fai il tuo lavoro con la passione, comportandoti bene, non con l’imbroglio, allora non devi aver paura di niente e di nessuno.

 

Perché hai chiamato il tuo studio di grafica “Asinus in Chatedra”?

Perché preferisco schierarmi dalla parte degli asini, umili e tenaci, piuttosto che da quella dei "professori" che magari arrivano da qualche parte perché hanno le conoscenze giuste. In realtà è un riferimento piuttosto ironico, anche sul mio sito appaio con una maschera di asino sulla testa.

Tu sei architetto, grafico e street artist. Pensi che in futuro sceglierai tra uno dei tre ambiti?

Credo che le mie anime continueranno a coesistere. Devo anche dire che il lavoro dello street artist è molto usurante, non puoi farlo per tutta la vita, quindi ad un certa età magari smetti di dipingere e diventi  un organizzatore,  un  curatore e via dicendo.  La mia ambizione è impostare uno studio “open” tra architettura e grafica, di cui magari seguire la direzione creativa.  La verità è che mollerei tutto se trovassi lavoro come postino.

 

Rinunceresti davvero alla tua arte?

Sarebbe stupendo conoscere la gente, portare le lettere alle persone.  Non so se abbandonerei la street art, forse continuerei senza obblighi e in maniera così disinteressata che riuscirei a sbocciare definitivamente, mentre ora tra scadenze e consegne, si è sempre un po’ costretti tra mille fuochi. Così ci trasformiamo in macchine, non abbiamo più tempo di studiare e perfezionarci. Avere invece un lavoro da postino, invece, mi permetterebbe di lavorare di notte ai miei progetti. Sarebbe un paradiso.

Intervista di Barbara Palladino

© Giulio Vesprini

 

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