Si respira un’atmosfera fin de siècle nello studio londinese del modista Justin Smith. Come se da un momento all’altro il poeta Paul Verlain potesse entrare, senza bussare, e prendere un caffè con il giovane hat designer. Sulle pareti, alcuni cappelli dalle fogge audaci o classiche, sembrano maschere di un raffinato carnevale veneziano scomparso. Sculture dal tocco vintage, da indossare o solo da contemplare, come succedeva con le opere d’arte prima della loro riproducibilità tecnica, per dirla alla Walter Benjamin.
L’espressività di Justin trabocca dai suoi copricapi fantasiosi e dal suo corpo completamente decorato. Un’immaginazione esplosiva che non ha ceduto all’autoreferenzialità e al solo piacere estetico, ma si è perfezionato nella tecnica, con amore per il fatto a mano, per lo stile British e per i suoi elementi tradizionali che rendono un capo vestibile.
Mr. Smith ci racconta la sua avventura creativa, cominciata come parrucchiere pluripremiato da Tony & Guy e ora intraprendente managing director della sua label J Smith Esquire, nonché tutor al Royal College of Art.

Justin Smith Esquire

Da parrucchiere di grido a creatore di cappelli haut-couture. Com'è avvenuto questo passaggio?
Ho iniziato a fare il parrucchiere a 19 anni, quando mi sono trasferito a Londra per lavorare da Tony & Guy. Ho partecipato ad alcune competizioni e vinto diversi premi per le mie acconciature d'avanguardia, molto sculturali e spumeggianti, da show. Facevo circa due collezioni all'anno e sono stato per due volte finalista nel concorso Avant-garde Hairdresser of the Year. Dopo sei anni da Tony & Guy ho deciso che volevo mettermi in proprio. Era il 1998, avevo abbastanza clienti, così ho deciso di affittare una sedia in un salone a Soho. Ho lavorato lì per circa un anno, per farmi più clienti e aprire il mio salone, sempre a Soho. È in quel periodo che ho deciso d'iniziare un'altra attività creativa, così ho cominciato a creare cappelli.
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Perché hai deciso di passare alla modisteria? E com'è cresciuta la tua attività?
Volevo capire meglio come bilanciare più elementi diversi sulla testa. Allora mi sono iscritto a un corso serale al London College of Fashion, anche per dare una marcia in più alla mia carriera di parrucchiere.
Ho fatto il primo corso e realizzato una bombetta alta, molto audace, che è stata esposta durante la London Fashion Week e questo mi ha spinto a proseguire. In quel periodo facevo hairstyling per alcune riviste, allora ho cominciato a portare con me un cappello che avevo realizzato per inserirlo nei servizi fotografici. La stampa ha cominciato a richiedere i miei lavori e da qui in poi tutto ha cominciato a crescere.
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Come hai fatto a gestire il tuo salone e al contempo seguire un corso serale?
Il corso serale era una volta a settimana. Sono diventato subito amico del nostro insegnante che mi spronava dicendomi che avevo un talento naturale per i cappelli. Andavo spesso a casa sua, lavoravo con lui e facevamo cappelli per gli amici. Era un hobby. Poi decisi di fare un altro corso con lui. Prima come principiante, poi intermedio e infine avanzato. Con lui ho fatto in tutto 3 anni di corsi. Allora confezionavo alcuni cappelli quando non lavoravo come parrucchiere, che mi occupava 5-6 giorni alla settimana.
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Poco dopo ho deciso di avanzare ancora e fare un corso part-time al Kensington & Chelsea College di Londra. Tre giorni alla settimana, durante i quali dovevo smettere la mia attività di parrucchiere. Durò un anno e alla fine provai a iscrivermi al corso a numero chiuso in Masters of Arts di modisteria al Royal College of London. Ho faticato molto e alla fine ho ottenuto il posto grazie ai pezzi che avevo realizzato durante i miei corsi precedenti e al mio portfolio di hairstylist artistico. Credo che fossero piaciuti anche se non avevo un titolo di studio.
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Avevo 27 anni quando mi iscrissi al Royal College e fu un passaggio molto impegnativo perché non volevo lasciare la mia attività di parrucchiere pur dovendo seguire un corso da 5 giorni alla settimana, per 2 anni. Spiegai la mia situazione e riuscii a frequentare le lezioni dalle 17 alle 23, dal lunedì al venerdì. Dormivo letteralmente sul pavimento del salone per stare dietro a tutto.
Tirate le somme, ho studiato per 6 anni, lavorando con diversi professionisti, a Londra ritenuti anche i migliori insegnanti.
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Chi era il tuo insegnante al Royal College?
Si chiama Ian Bennet, un maestro fantastico. Siamo stati ammessi in due al Royal College, io e Soren Bach che ora vive a Copenhagen.

Come hai sviluppato il tuo gusto e da cosa trai ispirazione?
Il mio gusto personale è sempre stato questo. Ho sempre avuto le idee chiare rispetto a come vestirmi e come portare i capelli. Ho iniziato a tatuarmi e a farmi il piercing da giovanissimo: sono sempre stato molto espressivo. Ma al contempo amo la tradizione. Con la modisteria posso esplorare infatti gli elementi più classici. La mia famiglia è molto british, io vengo dal sud ovest dell'Inghilterra e per questo mi piace il fatto che la modisteria sia molto british. Cerco di rispettarla con il mio lavoro, con l'artigianalità, nel modo in cui faccio le cose. Per me è importantissimo costruire pezzi in modo molto raffinato, perché faccio diversi richiami al vintage e mi piacerebbe che anche i miei pezzi durassero a lungo diventando a loro volta vintage.
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Adoro l'Art Déco e il Movimento Estetico. Molti miei lavori hanno ispirazioni fin de siecle, non a caso in quel periodo nessuno usciva di casa senza cappello. Faccio rimandi a quell'epoca aggiungendo sempre un twist contemporaneo.
Non penso a quale sarà la prossima moda, semplicemente faccio le cose che mi piacciono. La mia prima collezione si ispirava alle sale da ballo anni 20. Poi arrivò la collezione sul safari, tutta in jeans. Tutto è cominciato con l'idea di comprare molto tessuto denim, perché all'epoca era l'unico materiale che potessi permettermi, così ho deciso di fare un'intera collezione in jeans sperimentando le possibili tecniche di lavorazione. Se non c'è una sfida non è divertente. Continuo a ridisporre l'arredamento in casa mia, ricoprendolo di tessuti vari. Cerco continuamente di cambiare, crescere e imparare.
Per me la modisteria è una forma d'arte, il mio modo di esprimermi, spesso infatti i miei cappelli diventano opere da esposizione o pezzi che vorrei indossare io. Sembra uno strano gioco di prestigio, perché se sei ipercreativo – e io lo sono stato in alcune collezioni – allora i tuoi pezzi non vendono. Diventano pezzi da esposizione che la stampa adora, ma non li vendi o alle persone non piace indossarli. Per me è una sfida costante creare pezzi che poi la gente desidera indossare davvero, perché la testa è una parte molto delicata e la gente di solito non vuole apparire in modo troppo bizzarro.
Molti mi dicono che ho un punto di vista interessante, ma non è qualcosa che ho pianificato. Le ragioni per cui ho costruito il mio brand sono l'amore per la tecnica, il fatto a mano e il mio desiderio di allargare i confini del design e delle mie pratiche.
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Ci puoi fare un esempio?
Si spazia dai cappelli composti da un singolo pezzo di pelle stampata, da modellare e ammorbidire con agilità, a quello decorato con un pappagallo artificiale che ho impiegato 3 mesi a realizzare e che ho esposto a Roma. Volevo esaudire il mio desiderio di adornare un cappello con un pappagallo, non uno vero, perché amo la natura e in epoca Vittoriana molti uccelli si estinsero a causa della modisteria. Ma un pappagallo ricostruito fedelmente. Ero a Venezia quando mi è venuta quest'idea. C'era una maschera dalle forme splendide, allora ho pensato che sarebbe stata perfetta con un pappagallo in testa… Sì, lo so, forse da giovane ho preso troppe droghe! Comunque, una settimana dopo il mio viaggio a Venezia, una candidata che voleva fare uno stage da me mi dice che ha esperienze in tassidermia. Le rispondo che era magnifico e che poteva lavorare per me e sperimentare. Lei ha accettato e abbiamo lavorato per alcune settimane, trovando le misure esatte del pappagallo, facendo ricerche sulle posture e cercando di farlo sembrare un vero uccello, anche da lontano.
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Qual è il concetto creativo della collezione che hai realizzato per i portinai della catena Guoman Hotel?
I responsabili dell'Hotel mi hanno chiesto se ero interessato a disegnare una linea di cappelli per i loro portinai. Dovevano essere capi unici, 50 circa. Tutto ruotava intorno a un grande evento stampa e marketing e all'intenzione di dare un'immagine british e sartoriale ai loro portinai. Ho fatto molte ricerche sulla storia dell'hotel, sulla figura del portinaio e cosa rappresenta per gli ospiti dell'hotel, infine ho cercato di concentrare tutto questo nel progetto. Per l'immagine ho preso ispirazione soprattutto dall'architettura degli hotel.
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Se il tuo immaginario personale fosse un mondo, come lo descriveresti?
Guarda, io vivo davvero in una bolla. Adoro la fantascienza, il fantasy, Tim Burton. Una delle mie collezioni si basava su Nessun dove, un romanzo fantasy di Neil Gaiman su un'immaginaria Londra sotterranea. Nella storia il protagonista apre una porta che conduce attraverso un tunnel in un mondo inesplorato… Pura fantasia. Ecco, forse la parola migliore per descrivere il mio mondo sarebbe "pazzia".
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Com'è cominciata la tua collaborazione con Fabrizio Talia per la mostra Limited/Unlimited ad Alta Roma?
Ho conosciuto Fabrizio all'International Talent Support di Trieste 9 anni fa, ma siamo diventati amici solo 2 anni fa, quando cercava qualcuno per disegnare i cappelli per uno show di Moschino, con cui lavorava nel 2009. Allora gli dissi "Sicuro, quando s'inizia? Che posso fare?".
È stato amore creativo a prima vista. L'uno ispirava l'altro. È venuto nel mio studio a Londra ed è stata full immersion per 3 giorni. Entrambi amiamo questa libertà nel nostro rapporto di lavoro: lui viene nel mio studio, giochiamo, e alla fine creiamo capi bellissimi.
Poi lui ha lasciato Moschino e non abbiamo più avuto l'occasione di fare altre collezioni insieme, così ho cercato di convincerlo a lanciare il suo brand. Ci abbiamo lavorato insieme e da allora abbiamo ricominciato a fare più collaborazioni. È così che è nato (Es)* Artisanal. Ora lavoriamo molto insieme. Facciamo un'installazione insieme a gennaio e un'altra a Roma in luglio.
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Progetti per il futuro?
Ce ne sono un sacco. E continuano a crescere. Nei miei primi 5 anni la maggior parte dei miei cappelli erano pezzi unici fatti su misura. Ho rifornito anche negozi ma ogni pezzo era fatto a mano, di fascia alta e molto caro. Finalmente a febbraio lancio la mia prima collezione prêt-à-porter: lo stesso design, valori e qualità, ma non su misura.
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Sto cominciando anche una collaborazione con un'azienda storica molto famosa di Londra in St. James's Street. Si chiama Lock&Co ed è in attività dal 1676. Forse faremo un primo lancio a febbraio, per essere nei negozi ad agosto. È molto emozionante perché loro sono una delle mie ispirazioni da quando ho iniziato a creare cappelli. Per loro farò 6 pezzi e poi ne preparerò 30 ready-to-wear che andranno alla London Fashion Week, in una mostra curata da Stephen Jones. Saremo 4 designer a esporre con la sponsorship di Ascot, una collezione di modisteria.
E infine la collaborazione con Fabrizio Talia per Alta Roma il 28 di gennaio, un lavoro molto importante… Il prossimo anno collaborerò molto con il suo marchio (Es)* Artisanal.

Puoi rivelarci qualcosa sulla tua prossima collezione?
Avrà strutture e forme audaci. Mi sto sbizzarrendo con modelli di fedora e cappelli a cilindro, ma con un taglio moderno, street wear, come mi viene sempre spontaneo fare.
Justin Smith Esquire

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Foto via jsmithesquire.com