“La creatività è l’unico modo di trovare noi stessi”. A tu per tu con Alice Pasquini, talento della Street Art.

Ha dipinto oltre duemila muri in tutto il mondo e all’estero ce la invidiano tutti. Alice Pasquini, in arte AliCè, è una delle poche donne attive nel panorama della Street Art. Il Wall Street Journal e il New York Times hanno parlato di lei e la Treccani l’ha inserita sotto la voce “artista”. Un bel risultato per quella che un tempo era una giovane ragazza romana che lottava con i genitori per iscriversi al Liceo Artistico e alla quale l’Accademia di Belle Arti stava troppo stretta. La tela non era abbastanza. Alice ha scelto la città e i suoi spazi per raccontare se stessa e i sentimenti umani con uno stile a volte romantico e sognante, ma sempre cosmopolita, fumettistico, colorato.
Marsiglia, Parigi, Amsterdam, Londra, Berlino, Oslo, New York, Buenos Aires, Yogyakarta, Napoli e Roma sono alcune delle città che ospitano le sue opere. E proprio nella Capitale, dove è nata, è tornata dopo tre anni alla Philobiblon Gallery con una personale, dal titolo “The Unchanging World”. Un viaggio attraverso il percorso evolutivo dall’infanzia all’età adulta, sulle orme di Winnicott, alla ricerca del vero sé.
Ne abbiamo parlato con Alice. Ecco cosa ci ha raccontato.

Come è nata l’idea della mostra?
Ci stavo lavorando da molto, ma viaggiando per il mondo non ho sempre modo per concentrarmi su progetti che parlino di sentimenti più intimi e profondi. Volevo tra l’altro tornare nella mia città, dove non facevo mostre da tre anni, mentre ne ho fatte a Chicago, in Uruguay, in Australia. Sono partita dall’immagine di una casa abbandonata cercando di ricostruire a ritroso, tanto che persino il catalogo si presenta come un mio quaderno di appunti. La casa abbandonata è un archetipo. Secondo Winnicott è un "oggetto transizionale" tramite il quale il bambino passa dallo stato di dipendenza dai genitori ad essere se stesso. Questo viaggio tra “dentro di sé” e “fuori di sé” avviene tramite oggetti come un peluche o una bambola. Il lavoro dell’artista è la stessa cosa, crea un universo e costruisce se stesso in un continuo gioco di rimandi tra dentro e fuori, ovvero la galleria e la strada. Visitando la mostra si può entrare in una stanza delle bambole e attorno vi sono alcune opere che raccontano il concetto di cui vi parlo. La creatività è l’unico modo di trovare noi stessi quando siamo bambini e, da adulto, l’artista entra ed esce da questa illusione, raccontando interi universi. Io solo crescendo ho capito alcune cose sulla mia infanzia.

L’arte ti aiuta a comprendere dei lati di te stessa?
Io mi sento una pittrice, non sono un’artista concettuale, quindi lavoro su un processo che non è comunicativo come può essere quello di Bansky. Quando ho attraversato un periodo buio della mia vita ho disegnato solo donne con gli occhi chiusi, ma ne sono stata cosciente solo in seguito. In quel momento non me ne ero accorta, anche se si trattava di muri molto grandi. Quindi sicuramente sì, fare arte mi aiuta a scoprire dei lati di me stessa di cui non sono cosciente.

Fare la street artist è sempre stato il tuo sogno?
Quando ero piccola, si chiamavano graffiti e chi li faceva veniva visto abbastanza male. Da adolescente iniziai a fare disegni per strada e per anni feci diversi lavori: scenografa, illustratrice, fumettista. Mai avrei pensato che sarebbe diventato un lavoro, ma le persone che vedevano i miei lavori mi incoraggiarono. Poi con i social network cambiò tutto, perché il pubblico è diventato molto più ampio. La gente ha iniziato a condividere le opere che vedeva per strada. Poi sono arrivati i brand, le gallerie e via dicendo. Se mi avessero detto, quando avevo quindici anni, che un giorno mi avrebbero dato un braccio meccanico per dipingere su un palazzo di sette piani, non ci avrei mai creduto.

Quando ti sei resa conto che i graffiti sarebbero diventati il tuo lavoro?
È avvenuto in maniera graduale. Viaggiavo tantissimo e dipingevo come una matta. Nel 2010 ero a Londra e mentre stavo creando un’opera in strada, arrivò un gruppo di turisti che stava facendo un tour di Street Art e mi hanno riconosciuta. Successivamente ho scoperto che una porta che avevo dipinto era stata messa in vendita su Ebay. Lì ho capito che qualcosa stava cambiando. Le mie opere, che avevo sempre fatto gratuitamente e in maniera spontanea, stavano assumendo un valore economico e i graffiti venivano accettati e ricercati. Oggi vengo pagata per dipingere grandi muri, che è un concetto diverso da quello che facevo agli inizi.

Tu sei una delle poche donne nel mondo della Street Art. Cosa provi?
Adesso ce ne sono di più e c’è una prospettiva lavorativa, mentre prima non era così. Devo dire che l’arte fatta da donne spesso viene classificata, forse perché portare un punto di vista femminile e parlare di sentimenti umani è una cosa che gli uomini non gradiscono. Quello che non condivido è che talvolta venga data una possibilità alle artiste donne solo in quanto tali, (magari con mostre “in rosa”) indipendentemente dal valore dei lavori che fanno, mentre bisognerebbe valutare il talento al di là del sesso. Allo stesso tempo vorrei che più ragazze venissero invitate alle grandi esposizioni, nelle quali sono presenti quasi sempre in netta minoranza rispetto agli uomini.

Hai un sogno nel cassetto?
Ho dipinto in tutti i continenti, mi rimane l’Antartide, dove sarebbe un sogno fare qualcosa. Ma chiaramente è impossibile tecnicamente! Ho realizzato opere su treni, aerei e caravan e perfino una barca off-shore, mi piacerebbe dipingere su una mongolfiera.

Guardando le tue opere viene da pensare che le ragazze che dipingi siano forti ed indipendenti. È così?
In realtà rappresento le donne che vedo nei miei viaggi, persone normali e con delle vite vere. Tutti i miei muri nascono da un incontro. Uso i sentimenti che vedo sulle facce delle persone per parlare dei rapporti umani, ma se ci fai caso i miei soggetti non ridono e non hanno espressioni particolari, perché credo ci sia un’ampia gamma di sentimenti che non è possibile rappresentare se non con la poesia e con la musica. Nella nostra società non viene mai proposta una donna con carattere, ma si parla o di una “buona madre” o di una pin-up sexy. Manca una rappresentazione del femminile come individuo con personalità, soprattutto in Italia, dove fa più scandalo se io dipingo una ragazza che fa una cosa normale, piuttosto che una foto pubblicitaria con una modella mezza nuda. Ma io non ho scelto la mia arte perché sono femminista o paladina di qualcosa, piuttosto perché ero attratta dai sentimenti umani.

C’è un’opera della quale ti senti più fiera?
La cosa che mi rende più orgogliosa è il “CVTà Street Fest”, festival di Street Art che ho creato a Civitacampomarano, un piccolo centro del Molise dove mi invitarono a dipingere senza sapere che era il paese di mio nonno. Stiamo cercando di ripopolare un luogo che era dimenticato e abbiamo tanti progetti, dal fare delle residenze per artisti, ad un parco. Il tutto con pochi soldi e tante idee.  

Quale è il tuo consiglio per gli appassionati di Street Art?
Trovare il proprio stile, perchè diventa un “segno” riconoscibile anche senza una firma. Questo è un mestiere che scegli perché non hai alternative e avverti l’“urgenza” di esprimerti, quello che posso dire è “non mollare mai”. Credo sia un concetto di ricerca del sé e di accettazione della propria vocazione di artista che viene ben descritto nel libro “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, che ho letto e mi ha fatto molto riflettere.

Intervista di Barbara Palladino

© Alice Pasquini

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