Con quel tocco spirituale che caratterizza Ludovica Amati, a Milano la moda entra nel luogo principe dell’arte figurativa: la galleria d’arte. Lo fa con 'Ehad' (“uno” in ebraico) la nuova collezione della fashion designer che alla Giacomo Guidi remixa performance, danza, fotografia, cinema e moda.

Come voyeur sul set di uno shooting, assistiamo all’incontro di due donne davanti alla macchina fotografica dell’artista Fabio Paleari, in un rimando continuo di omaggi cinematografici da Il Conformista di Bernardo Bertolucci a Blow Up di Michelangelo Antonioni.

Abiti per tutti i giorni, con tessuti naturali e finissimi che lasciano il corpo libero, si sposano a giacche strutturate, dove le fodere riproducono la geometria “assoluta” cabalista attraverso le stampe di lettere sacre: uno dei fili conduttori che ritorna nel lavoro di Ludovica. Una moda ispirata a un’ideale fusione fra le linee decise della moda femminile anni 40, con lo sprito ribelle degli anni 70, evocato nel film di Bertolucci.

Ehad, Ludovica Amati, ss 2015, milano, giacomo guidi, lancia trendvisions, ltvs

Qual è la stata la principale ispirazione della performance?Il senso del viaggio, del nomadismo, l'idea di prendere e partire, ricercare se stessi andando controcorrente rispetto alla nostra cultura che tende a trattenerci nel nostro nido di comodità, provocando inevitabilmente stagnazione. È un invito a tornare indietro e a concepire l’arte non divisa per discipline ma come un tutt’uno. Ho voluto rappresentare questa unione attraverso la danza di due donne anticonformiste, come le attrici Domique Sanda e Stefania Sandrelli nel film di Bertolucci.

In ogni collezione cerchi di toccare un mondo diverso della femminilità. In questo caso?Omologare la bellezza femminile significa creare messaggi vuoti e frustrazioni inutili. Cerco di onorare il corpo della donna curandolo da dentro, dall’anima. La parola chiave è “coscienza”, che non è prerogativa femminile, ma mi sembra importante che sia proprio lei a farsi carico di una rinascita spirituale.

Sono partita da una donna del passato, da mia nonna, dalla moda femminile anni 30 e 40. Mi sono lasciato ispirare da questo mondo ancora velato, misterioso, che aveva difficoltà diverse da oggi. Ne ho così ammorbidito le forme severe, ibridandole allo stile anni 70 e cercando di evocare l’idea di ribellione alle convenzioni dell’epoca.

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Sul tuo sito dici che viviamo un momento di perdita di spiritualità, di fuga dalle nostre emozioni vere. Un abito può aiutare a curare lo spirito?Penso di sì. Scegliere di indossare solo tessuti puri che portano un messaggio o un codice antico trascritto, è una fonte di energia, ci mette in tensione verso un ideale. È una realtà fisica che ci accompagna e ispira la nostra anima.

Come in altre tue collezioni, gli abiti si arricchiscono di preghiere e codici sacri ricavati dalla Kabbalah. Che messaggio portano questa volta?Il loro universo simbolico ha lo scopo di ricordarci che siamo entità spirituali e corporee inseparabili: un tutt’uno. Cerco di riportare alla coscienza di questa unità evocandola attraverso preghiere e geometrie sacre stampate su tessuti da indossare. Disegni come il Fiore o l’Albero della vita o il cubo di Metatron. Indossarli significa portare una sorta di protezione.

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Da dove vengono le preghiere che hai scelto?Dallo Zohar (Il Libro dello Splendore), un volume molto complesso, scritto più di 2000 anni fa, fra i 22 volumi della Kabbalah. Da tempo lo studio con l’aiuto del Rabbino Yoel Kraus, che ha scritto e riportato diverse preghiere. Come quella meravigliosa che abbiamo trascritto sul tallit, lo scialle di preghiera ebraico, riportando i nomi di tutte le madri di Israele, compresa Myriam, la vergine Maria tradotto in italiano.

Cosa troviamo di nuovo negli abiti rispetto alle collezioni precedenti?Non c’è mai stacco fra una collezione e l’altra. Ogni lavoro è fedele alla mia storia: sono come i rami di un albero legati a uno stesso tronco.

Da un punto di vista della costruzione, gli abiti hanno una struttura più complessa e una maggiore varietà cromatica, ispirata a colori di luoghi, stati d’animo e persone incontrate nei miei viaggi.

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Come hai bilanciato l’estetica con la ricerca di funzionalità dei capi?Ho cercato di aumentare la leggerezza degli abiti, che fasciano il nostro corpo come una seconda pelle. Non lavoro mai sulla costruzione di volumi, amo piuttosto asciugare la silhouette e l’idea di presenza/assenza dei tessuti quasi trasparenti. È una funzione che porta un messaggio.

Ho esplorato anche il concetto di trasformazione: una gonna può diventare abito, le chiusure di giacche mutano in gioielli e pantaloni molto scenografici si trasformano in un ampio cerchio di tessuto.

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Dove sono stati realizzati i ricami?In Italia, in modo rigorosamente artigianale.

Oltre a studiare i valori spirituali delle culture antiche, ti interessi anche delle loro tecniche artigianali?Ho avuto la fortuna di andare in India nel 1998 e imparare diverse tecniche di tintura dei tessuti. Da un’esperienza in un villaggio del Rajasthan ho scoperto antiche pratiche di tessitura tramandate da generazioni di donne artigiane. Mi affascina questo tipo di collaborazione e ho in progetto di fare altri viaggi in Guatemala e Messico del Nord. L’importante è riuscire a trovare il tempo per costruire un vero scambio.

Un assaggio della tua prossima collezione?Approfondire i temi già esistenti nelle collezioni precedenti unendo i diversi linguaggi.

Come interpreti l’eleganza?L’eleganza è nello sguardo, nella parola, nel pensiero. Se il pensiero è elegante lo sarà anche l’azione. La danza rituale, praticata da sempre nell’uomo, fonde eleganza e magia. Lo stesso  legame che ho colto dalla scena di ballo de Il Conformista e che mi ha ispirato per la performance di “Ehad”.

Foto © Fabio Paleari via ludovicaamati.com

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