La Signora dell’arte: a colloquio con Carolyn Christov-Bakargiev
Castello di Rivoli

Scrittrice, curatrice e storica dell’arte, Carolyn Christov-Bakargiev è la prima persona a dirigere allo stesso tempo GAM e Castello di Rivoli. Ha curato alcuni tra gli eventi più importanti del mondo dell’arte, come la Biennale di Sidney (2006-2008), quella di Instanbul (2015) e dOCUMENTA (13) (2012). E’ stata la prima persona a scrivere una monografia sull’artista sudafricano William Kentridge e ha ricoperto il ruolo di Senior Curator del MoMA P.S. 1 di New York (1999-2001). La sua è una voce autorevolissima del mondo dell’arte.
Abbiamo parlato con lei di quale potrà essere il futuro dell'arte, ma non solo. Ecco cosa ci ha raccontato... 

Daniel Buren, La Cabane éclatée n.3

A quali progetti state lavorando in questo momento?
Stiamo accogliendo nel museo la collezione di Francesco Federico Cerruti, imprenditore industriale torinese, venuto a mancare nel 2015. La sua collezione enciclopedica, ospitata in una villa attigua al museo, spazia dai fondi oro dei Senesi alle opere di Giulio Paolini e include libri, mobili e tappeti. Siamo il primo museo d’arte contemporanea al mondo ad incorporare una collezione enciclopedica che comprende opere del passato.
Parallelamente stiamo lavorando all'elaborazione del CRRI, il Centro di Ricerca di Rivoli modellato sul Getty Research Institute di Los Angeles. Sarà un’espansione della nostra biblioteca, la più importante dedicata all’arte contemporanea internazionale in Italia.
In preparazione c’è anche la prima grande retrospettiva di Anna Boghiguian, uno degli artisti che hanno esposto le loro opere due anni fa al Padiglione Armeno, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Seguirà in autunno una mostra su Gilberto Zorio e in primavera una collettiva curata da Chus Martinez sul tema della metamorfosi, ossia l’era digitale come era della metamorfosi.

 

Castello di Rivoli

"ArtReview" l’ha inserita tra le cento personalità più influenti del mondo dell’arte. Avverte una sorta di responsabilità in questo? 
E’ vero, c'è una responsabilità perché la storia dell'arte può prendere varie direzioni. Per esempio, se non ci fosse stata la Prima Guerra Mondiale, non è detto che in America sarebbe stata fatta una così importante raccolta dell'arte europea francese impressionista, al punto tale da creare un corpus di opere nel MoMA a New York che è la principale influenza sull'arte espressionista astratta del secondo dopoguerra. Jackson Pollock, Willem de Kooning e Franz Kline vedevano gli impressionisti al MoMA perché i direttori negli anni ’30 avevano acquisito quelle raccolte. Se io non avessi fatto la prima mostra di William Kentridge fuori dal Sud Africa al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles nel 1998, non è detto che Kentridge sarebbe noto come è adesso. Esistono curatori e personalità nel mondo che sono opinion leaders e operano scelte che influenzano la storia dell'arte, quindi sì, avverto una responsabilità. Pensando a tutto ciò che ho scelto e fatto, sia come artisti selezionati per delle mostre sia come quelli su cui ho tenuto conferenze o le cui opere ho acquisito per collezioni museali, tutto questo fa sì che bisogna sempre pensare a ciò che domani sapranno dell’oggi: una persona come me costruisce il passato del nostro futuro dal punto di vista della cultura.

 

Castello di Rivoli

Dallo scorso anno, per la prima volta GAM e il Castello di Rivoli hanno un unico Direttore. Quale ritiene sarà il futuro dell’arte per Torino?
Il Castello è legato alle produzioni site-specific connesse all’edificio storico juvarriano, mentre la GAM un edificio della fine degli anni ’50, restaurato negli anni ’90, museo civico, con collezioni dall’800 ad oggi. Uno mira all’avanguardia, l’altro abbraccia un periodo più vasto.
Il futuro dell’arte a Torino è positivo. Ci sono fondazioni private che sono attive, come la Merz o la Sandretto Re Rebaudengo e stanno per aprire le OGR come nuovo spazio polivalente per musica, performance, arte. Come Castello di Rivoli e GAM collaboriamo con queste realtà. Negli ultimi tempi moltissimi giovani artisti e non solo, si trasferiscono a Torino perché è una città bellissima, con un costo della vita minore rispetto alla vicina Milano… Prevedo ci sarà una progressiva migrazione verso Torino.

 

GAM Torino

Quale è il suo modus operandi? Ritiene vi sia un "fil rouge" che accomuna i suoi interventi nei diversi incarichi che ha ricoperto per dOCUMENTA, a Istanbul e, ora, a Torino?
Forse la curiosità. Con dOCUMENTA(13) nel 2012, la Biennale di Istanbul nel 2015, ma già con la Biennale di Sydney nel 2008, e ora a Torino, ho sviluppato una sorta di curiosità e un amore verso gli artisti viventi, perché sono persone molto aperte, che non cercano soluzioni o risposte. Il "fil rouge" è anche la sperimentazione, l’incontro dell’arte con diverse discipline, mettere delle opere del passato insieme ad altre contemporanee, creare delle situazioni più da wunderkammern, una "camera delle meraviglie", piuttosto che situazioni di chiusura attorno ad un’unica categoria, tema, o periodo storico. Poi forse un’attenzione alla sensualità dei materiali e all’esperienza corporea e sensoriale rispetto all’opera d’arte.

 

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci

Lei ricopre e ha ricoperto ruoli di grande prestigio nel mondo dell’arte. Che rapporto ha con il successo?
Mi fa piacere essere coinvolta in progetti che possono cambiare il modo di vedere l’arte, la nostra immaginazione, la nostra vita. Certamente ho avuto successo, perché dirigere dOCUMENTA è un po’ come ricevere il premio Nobel per l’arte. Penso però che un’esperienza di questo genere porti anche ad una certa umiltà. C’è una solitudine che cresce col tempo, perché meno persone hanno il coraggio di contattarmi. Ma la soddisfazione di essere in una posizione che permette agli artisti di dar vita a dei capolavori, quindi creare l’arte della nostra epoca, è enorme. L’arte è un mondo di meraviglia, di pace, di gioia, di ottimismo, rispetto a tutto il resto.

 

Fondazione Cerruti

Ritiene che negli ultimi anni il mondo dell’arte, anche e soprattutto in base ai mutamenti sociali e digitali, sia cambiato, oppure le dinamiche restano le stesse?
A partire dalla rivoluzione digitale della prima metà degli anni ’90 il mondo dell’arte è cambiato moltissimo. Chiamo i giovani digitali “generazione altrove” (Elsewhere Generation): attraverso lo smartphone, che considero l’invenzione più rivoluzionaria di tutte, e i social media, si ha la sensazione di essere in più posti allo stesso tempo. C’è un’informazione costante e abbondante. Questo fa sì che nessuna città diventi capitale del mondo dell’arte, come lo sono state New York dopo la Seconda Guerra Mondiale o Parigi a fine '800 e inizi ‘900. Ci sono invece delle ondate d’interesse verso determinate realtà, come accade ora per l’arte contemporanea africana o come è stato cinque anni fa per quella dei Paesi Arabi. Ci sono due opposti che convivono nel mondo contemporaneo digitale: l’arte influenzata dalle dinamiche di mercato – i finanziamenti, le aste e le fiere incidono sull’arte contemporanea che ad oggi è quotata di più rispetto a quella antica o rinascimentale -  e quella dei giovani artisti autogestiti attivi nelle residenze nelle periferie dei grandi centri.

Anna Boghiguian, An Incident in the Life of a Philosopher, 2017

Che consigli darebbe ai giovani talenti del mondo dell’arte contemporanea?
Consigliare i giovani è sempre delicato. Oggi molti vogliono diventare curatori o collezionisti e sempre meno artisti. La funzione dell’artista e quella del curatore nell’era digitale si mescolano e tutti siamo creativi. Il consiglio è di fare l’artista e non il curatore, perché di questi ultimi ce ne sono fin troppi! Consiglio di studiare le tecniche, i materiali… il mistero della materia che si disfa e forma le aggregazioni chimiche di questo cosmo, nonché una conoscenza della chimica, della biologia e della fisica, perché contrastano l’idea che esista un mondo virtuale. Poi conoscere persone, viaggiare, vedere le mostre. E se si vuole fare il curatore: fare le mostre, muoversi anche con piccoli progetti indipendenti, lontani dalle istituzioni. Sarà un consiglio bizzarro, ma per entrare nel mondo dell’arte occorre sapere cosa significhi esserne fuori.

Esistono, a suo parere, alcune caratteristiche che fanno di un artista un “buon” artista? 
La costanza e l’identificazione. Quando vedo che i materiali, le tecniche, i mezzi usati corrispondono o sono identificati con il concetto e i contenuti di un’opera, allora mi sembra spesso un bel lavoro. Un’opera d’arte per essere tale deve però mantenere la sua ambiguità, la si riconosce perché non la si capisce. 

William Kentridge, 2004

Cosa vorrebbe che, un giorno, venisse detto del lavoro che lei ha svolto per il mondo dell’arte?
È una domanda meravigliosa. Sarà vanitoso da dire ma vorrei essere ricordata per aver salvato la grande mostra internazionale in un momento in cui rischiava di scomparire. Quando ho diretto dOCUMENTA si pensava che le biennali e le grandi mostre internazionali appartenessero ormai ad un’epoca precedente, e questo non è accaduto. Poi che ho facilitato la creazione di tante opere insieme ad artisti importanti, e che ho fatto acquisire opere molto belle ai musei per i quali lavoro. Vorrei essere ricordata come una donna che ha saputo imporsi da leader nel mondo della cultura, con un pensiero aperto sempre e fuori dal coro.

L’estetica dell’arte contemporanea non risulta sempre comprensibile a chi non fa parte del “sistema”. E’ d’accordo con questa affermazione?
Mi sembra che effettivamente ci siano queste difficoltà. Come per capire la matematica, la fisica e la filosofia bisogna studiare, anche per l’arte è lo stesso. C’è un linguaggio simbolico che va imparato per apprezzare davvero le opere. D’altro canto il mistero dell’arte è che interessa la vita quotidiana, le esperienze e le emozioni. Il sogno è far accedere a questo linguaggio particolare, simbolico e segreto più persone possibili. Organizzare le mostre in un museo pubblico implica essere un "traduttore" per la gente comune. Diffondere cultura è l’unico baluardo contro la regressione ad una barbarie dettata dall’ignoranza, che porta alla violenza delle guerre e delle dittature.

Carolyn Christov-Bakargiev

Quale ritiene sia stato l’artista più dirompente di sempre, che avrebbe voluto (o vorrebbe) in una delle sue esposizioni?
Tutti gli artisti che vorrei avere in una mostra li invito. Non mi sembra di ricordare un rifiuto… Forse Kai Althoff, la sua paura di essere in dOCUMENTA si è tradotta in una lettera che mi ha scritto, che abbiamo esposto in una sala vuota. Ma questo diniego non aveva a che fare con me, piuttosto con la Germania e la storia di dOCUMENTA. Gli artisti che avrei voluto conoscere sono tanti, Malevič, Warhol, Matisse da giovane, Manet, Masaccio… Tra le donne Sonia Delaunay o Lou Salomé, che non è stata un’artista ma una donna immaginativa della fine dell’800, molto amica di Nietzsche, che è diventata poi psicanalista dopo aver conosciuto Freud, e Annie Besant, una teosofista. Gli artisti contemporanei li ho conosciuti, ho imparato tanto da Luciano Fabro, Alighiero Boetti, Gino de Dominicis.

Come immagina il futuro dell’arte?
Penso che l’arte contemporanea sia un movimento a cavallo tra il XX e il XXI secolo e che tra poco ci sarà un cambio paradigmatico e si capirà che questa idea di arte, che rappresenta il "qui ed ora", è un vero movimento dello sviluppo della cultura umana. Le collezioni nei musei verranno riorganizzate attraverso criteri nuovi, non credo che ci saranno le categorie che usiamo ora. In fondo il concetto che abbiamo noi di arte è nato nel ‘700 durante l’Illuminismo, è attraverso questo che abbiamo riletto tutta la storia delle creazioni culturali umane. Nel futuro la concezione di arte sarà legata a tutte le forme di espressione creativa.

Ritiene che l’arte possa influenzare il comune modo di pensare e, di conseguenza, cambiare il mondo complesso e contraddittorio di oggi?
Certamente si. L’arte non è altro che l’elaborazione da parte degli esseri umani dei problemi che vedono attorno a sé. È un tentativo di capire il mondo. Da sempre la formazione delle classi dirigenziali è avvenuta attraverso l’arte. Per quanto riguarda la nostra epoca, dopo la Rivoluzione Francese, c’è l’utopia dell’educazione civica. L’impatto dell’arte può esserci, sicuramente, ma forse è più indiretto, attraverso il cambio di un paradigma generale di una società.

Intervista di Barbara Palladino

© Castello di Rivoli 

© GAM Torino

 

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