Linee di fuga. Intervista con lo street artist Aakash Nihalani

Street art è sinonimo di gioco per Aakash Nihalani. Scopritelo sui muri di Torpignattara e negli spazi di Wunderkammer a Roma per la sua ultima personale Vantage. L'artista (1986) di stanza a New York e originario dell'India muove i primi passi nell'arte dopo aver abbandonato gli studi in legge. Durante i corsi alla NYU s'innamora della serigrafia e la sua prima figura stampata con questa tecnica è un cubo tridimensionale. Da uno diventano centinaia, ritagliati e pronti al gioco compositivo. Alla sua prima mostra universitaria, uno degli studenti partecipanti espone una scultura. L'ombra proiettata sul pavimento disegna la stessa figura delle stampe di Aakash, che non esita un secondo: col nastro adesivo usato per incollare le sue serigrafie al muro traccia i contorni dell'ombra. Risultato: una geometria isometrica fatta di scotch, ma soprattutto un'illusione ottica in scala umana che interagisce con lo spazio e l'osservatore. Una coincidenza che pochi giorni dopo lo porta a interagire con gli spazi pubblici, regalandoci un punto di vista colorato e giocoso, sempre fuori dagli schemi. 

Ci spieghi come l'architettura di New York ha influenzato le forme che realizzi con il nastro adesivo?

Scegliere il cubo è stato sia una scelta istintiva che un riflesso del paesaggio urbano circostante. L'architettura ripetitiva di New York è un gioco di scatole cinesi, grandi blocchi divisi in appartamenti dove le persone conservano oggetti in scatole ancora più piccole. Questo mix di forme e dimensioni mi ha stimolato molto. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il modo in cui queste forme perdono una dimensione quando impilate una sull'altra. Per esempio, un muro di mattoni è composto da tanti blocchi tridimensionali, ma una volta completato percepiamo solo un modello bidimensionale. È affascinante come la percezione della profondità si perda nel processo di impilaggio. 

I tuoi pezzi hanno sembianze digitali. Se da una parte la tua arte reagisce all'architettura, dall'altra sembra avere accettato – in modo scherzoso – la tecnologia come componente essenziale della nostra cultura. Che ruolo gioca nel tuo lavoro?

C'è di certo un'idea di tecnologia onnipresente nelle nostre vite, ma non avevo intenzione di dare ai miei lavori un tocco di digitale. Le linee sono dritte e fluorescenti e questo di per sé le rende digitali quando fotografate. Col tempo, penso che aver imparato a documentare i miei lavori con la fotografia e il video ha influenzato il modo in cui realizzo le immagini e le composizioni. 

La mostra Vantage alla Wunderkammer di Roma. "Vantage", la tua prima personale a Roma suggerisce un particolare punto di vista ("vantage" in inglese significa punto di vista avvantaggiato, ma nel tempo, negli Usa ha preso il significato colloquiale di "punto di vista", N.d.R.). Cosa vuoi comunicare con questo titolo?Possono esserci diverse chiavi di lettura. In senso letterale, sono figure piatte che riescono a dialogare con uno spazio tridimensionale. La composizione funziona solo quando la osservi in posizione frontale, perché viste di lato restano oggetti bidimensionali. Quando il tuo punto di vista è frontale c'è un gioco con lo spazio, un'illusione ottica e a quel punto dipende dall'osservatore scegliere quanto crederci e divertirsi. Al contempo "Vantage" parla del modo in cui si guarda alla vita, in senso ampio e metaforico. Tutto è questione di punti di vista e la vita stessa dipende dal tipo di esperienze che vogliamo fare. Spesso ci perdiamo in inutili preoccupazioni, ma un cambiamento di sguardo può dare la giusta prospettiva. Ironia della sorte, questa è una lezione che devo imparare soprattutto io stesso. 

Qual è la differenza fra il lavoro in galleria e su strada?

Sulla strada ci sono diversi elementi che posso scegliere, evidenziare e con cui interagire, mentre una galleria è composta da muri piatti e vuoti. Ciononostante la mia motivazione principale qui a Roma è stata di fare un lavoro site-specific. Intorno alle tele ho costruito pseudo-architetture che ho potuto impostare e con cui ho potuto giocare come fossero oggetti tridimensionali da muovere al loro interno. Questi lavori sono un passo in più verso quella spontaneità giocosa che caratterizza il mio lavoro nella strada. 

Hai realizzato anche delle installazioni urbane a Roma.

Sì, per la prima volta ho dipinto un grande murales. E forse sarà l'ultimo. I writer che dipingono graffiti sono auto-referenziali, mentre il tuo modo di fare street art e illusione ottica è democratica.

Che relazione cerchi con l'osservatore?La geometria è un linguaggio universale. C'è una familiarità intrinseca verso queste forme, indipendentemente dalle nostre provenienze e questo è un grande punto di partenza. Mi piace il fatto che la mia arte possa essere consumata da tutti e a ogni età. La mia relazione attuale con l'osservatore è temporanea, ma spesso mi trovo nelle retrovie a scattare foto della gente che interagisce con il mio lavoro, testimoniando ciò che provano. Si emozionano e reagiscono diversamente verso chi si appropria e usa lo spazio pubblico. Io penso di poter costruire una relazione più vasta e profonda in rete, grazie ai social media, dove è più facile che il mio lavoro venga associato al mio nome. 

Hai realizzato anche delle opere su strada che interagiscono con persone in difficoltà. A quali riflessioni ti hanno portato?Il primo pezzo che coinvolgeva una persona l'ho realizzato grazie a Mr. Sam John, una persona senza tetto. C'era qualcosa di potente data dalla sua situazione reale, in una notte fredda e difficile a New York. Interagire con lui e realizzare questa installazione improvvisata ha cambiato le sue condizioni, così come le mie e quelle delle persone che ci osservavano. A volte la gente s'interessava, altre si risentiva pensando che lo stessi sfruttando. In seguito, ho lavorato con altre persone senza tetto e dopo un po' ho iniziato a domandarmi sulle mie intenzioni e la mia capacità di poter fare davvero la differenza per loro. Stavo dando o ricevendo? È iniziato un dialogo molto potente che spero possa continuare. 

Sembra esserci un legame concettuale fra ciò che fai tu e il lavoro artistico di Victor Vasarély. Ti ha ispirato?

A dire il vero non conoscevo il suo lavoro. L'ho scoperto molto tempo dopo aver cominciato le installazioni in nastro adesivo. Prima di aver iniziato il corso d'arte alla NYU non avevo conoscenze in materia, nulla di nulla, quindi il mio era un punto di vista da outsider. Credo sia stato Sol LeWitt, piuttosto, a ispirare il mio lavoro a livello estetico. Ho scoperto molto più tardi il lavoro di Vasarély e ora lo guardo con molto rispetto. Di recente mi sono imbattuto nel lavoro di Oscar Reutersvärd, il padre delle Figure Impossibili, da cui traggo molti stimoli. Lavori anche con i media digitali.Internet è un altro immenso spazio pubblico, quindi m'interessa molto creare lavori che possano vivere ed essere interattivi su internet. Ho iniziato a studiare, a sperimentare con la programmazione e a studiare i nostri comportamenti in reazione alle forme. Per questa mostra a Roma spero di portare alcuni di questi lavori interattivi proiettati sui muri della galleria. Mi piacerebbe continuare a esplorare i media digitali e la loro scala. In futuro prevedo di sperimentare con i tablet e continuare a realizzare video stop motion o altri lavori narrativi. 

Nel tuo lavoro c'è sempre una certa eleganza nel modo in cui chiede attenzione senza invadenza. Qual è la tua idea di eleganza?

Ci sono diversi modi di essere elegante, ma a un livello fondamentale si tratta di semplicità, non esagerare. 

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