Lucia Giacani: femminilità e forza, tra surrealismo, colore e simbolismi

Le sue immagini sono spesso ricche di colori saturi, ambientate in scenari surreali e simbolici. Le donne che Lucia Giacani ritrae nei propri lavori sono forti e indipendenti e sempre molto femminili, senza essere mai scontate. Ha pubblicato su “Vanity Fair”, “Vogue Gioiello” e “Vogue Pelle” ed è diventata collaboratrice fissa di “Vogue Accessory”. Tra i suoi clienti ci sono Furla, Harrod’s e Mila Schön. Oggi viaggia tra Dubai ed Hong Kong, ma il grande amore resta Londra. Con le sue immagini ha vinto diversi premi in Italia e all’estero. Ecco cosa ci ha raccontato Lucia Giacani…

Come è nata la passione per la fotografia?

Quando ero bambina, mio padre fotografava per passione e aveva allestito una piccola camera oscura in bagno. Ricordo ancora le fotografie in bianco e nero di noi figli stampate da lui. Per la prima comunione ho ricevuto una macchina fotografica compatta, da allora ho sempre fotografato ciò che più mi piaceva.

Quale è stata la prima grande occasione di svolta della tua carriera?

Quando ho deciso di trasferirmi a Milano per lavorare nella moda. Non avevo idea di come sarebbe andata, ho preso la valigia e sono partita. Oggi posso dire che audacia e tenacia mi hanno premiato.

Quali sono i soggetti caratteristici dei tuoi scatti?

Scatto principalmente figure femminili e i miei set sono spesso molto elaborati. Cerco di caratterizzare le mie donne con un senso dello humor persino nei set più surreali e teatrali pieni di simbolismo. Adoro le modelle dai capelli rossi e dalla carnagione chiarissima, le trovo bellissime!

Che tipo di femminilità vuoi comunicare attraverso le tue immagini?

Cerco di creare donne forti e indipendenti ma reali, complesse come me e come molte altre donne. Inevitabilmente in ogni donna metto sempre qualcosa di me stessa anche in maniera inconscia. Cerco anche di valorizzare la femminilità delle protagoniste dei miei shooting senza una scontata nudità.

C’è una foto celebre che avresti voluto scattare tu?

La fotografa che amo di più è Francesca Woodman, avrei voluto scattare molte delle sue foto.

I tuoi set sono studiati nel dettaglio. Quale è il processo creativo?

Risponderò con un esempio… Un giorno trovo in un mercatino a Milano degli strani macchinari radiofonici vintage, sono bellissimi e li compro immediatamente, sicura che saranno perfetti per un set. Qualche settimana dopo vedo il film “Le vite degli altri” celebre capolavoro di Florian Henckel Von Donnersmarck. Una storia di spionaggio che si svolge nella Berlino est e vede come protagonista una spia della DDR.  Mi viene subito l’idea di creare un servizio fotografico ispirato al film, utilizzando i macchinari acquistati poco tempo prima. Per completare la scenografia del set inizio a fare ricerca per vedere come erano veramente le stanze dove queste persone trascorrevano i giorni e le notti e decido con l’aiuto di un set designer che tipo di mobili, carta da parati e vernice comprare per completare il set. Tutto questo è accompagnato dai miei schizzi, molto dettagliati riguardo inquadrature e pose, che porterò come layout il giorno dello shooting.

Quale è l’aspetto del tuo lavoro che ami maggiormente?

Sicuramente il processo creativo che sta a monte. Amo fare ricerca e trovare nuove idee, svilupparle e poter lavorare il giorno del servizio con un team di professionisti, con il quale scambiare pareri. Molti di loro ormai sono anche amici.

Come è nata la collaborazione con Vogue?

Dopo due anni che mi ero trasferita a Milano, sono riuscita ad ottenere un appuntamento in redazione con il Direttore di Vogue Accessory. Tempo quattro mesi e ho iniziato a lavorare per il suo magazine. Tuttora la ringrazio per l’opportunità che mi ha dato. E’ grazie a lei che si è aperta la mia strada all’interno delle pubblicazioni Condé Nast.

Ci racconti un aneddoto divertente da un tuo set?

Stavo scattando il mio primo editoriale di moda, prima ancora di trasferirmi definitivamente a Milano. Ci trovavamo in una fabbrica abbandonata vicino a Lambrate, l’ex Innocenti. Era dicembre e abbiamo deciso di appoggiarci alla stazione di Lambrate per preparare trucco e capelli della modella. Ad un tratto dei poliziotti si avvicinano e ci chiedono i documenti. Un po’ imbarazzata chiedo quale fosse il  problema e a quel punto loro,  più in imbarazzo di me, si scusano e ci spiegano che qualcuno aveva chiamato dicendo che c’era un parrucchiere abusivo a Lambrate!

Che consiglio daresti ai giovani talenti che vogliono sfondare nel settore della fotografia?

Di seguire i propri sogni, perché tutto è possibile se ci sono impegno e tenacia.

Quali sono le caratteristiche di un buon fotografo?

Sicuramente un buon occhio fotografico, una visione creativa, la capacità di dirigere con umiltà ma anche con sicurezza un team di professionisti e uno stile personale forte e riconoscibile.

C’è un momento della tua carriera che non dimenticherai mai?

Quando Franca Sozzani scelse un mio scatto per la cover di Vogue Accessory. Amo la fotografia di moda da quando, tanti anni fa, per la prima volta sfogliai un Vogue diretto da lei.

Cosa non deve mai mancare su un tuo set?

Musica anni Ottanta.

Hai un motto?

Volere è potere!

Con chi vorresti collaborare e perché?

Spesso vorrei collaborare con tanti artisti, truccatori, parrucchieri, scenografi che talvolta non sono disponibili per la distanza e per gli impegni. Parlo di professionisti e soprattutto amici con cui ho già lavorato come Aaron Henrikson che ora è truccatore personale di Madonna e David Allan Jones che da diversi anni si è trasferito in Canada. Ovviamente vorrei continuare anche la mia collaborazione con Vogue Italia e Condé Nast.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Ora sto lavorando a due editoriali, ma in futuro mi piacerebbe anche realizzare un libro che raccolga i miei lavori, così come un’altra mostra fotografica personale. Tra le recenti soddisfazioni professionali, includo l’essere stata scelta dalle gallerie Lumas come nuova artista da rappresentare. Uno dei lavori che ho scattato per Vogue è stato esposto in quarantasette gallerie in tutto il mondo.

Intervista di Barbara Palladino

© Lucia Giacani

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