Maarten Baas, il bello di non rientrare in nessuna categoria

I suoi lavori sono esposti in alcuni dei musei più prestigiosi al mondo, dal  MoMa al Victoria & Albert Museum, fino al San Francisco Museum of Modern Art e il Rijksmuseum. Tra le sue collaborazioni, spiccano i nomi illustri di Louis Vuitton, Swarovski, Dior, Gramercy Park Hotel, Dom Ruinart e Berluti.

Classe 1979, l'olandese Maarten Baas avrebbe tutte le ragioni per atteggiarsi a grande star. Ma la verità è che nonostante la sua carriere sia all'apice, Baas preferisce ancora la spontaneità, la battuta spiazzante, le idee strambe, ma originali di sempre.  Scelto come ambasciatore della Dutch Design Week 2016, Baas – che si è diplomato alla Design Academy di Eindhoven nel 2002 e, per sua stessa ammissione, è stato un “pessimo studente” - ci racconta col suo modo di fare dirompente quel che significa essere designer (e artista) oggi.

A cosa stai lavorando in questo momento?
Sono parecchio indaffarato a mettere insieme due grandi mostre. La prima è a Eindhoven nel corso della Dutch Design Week dal 22 al 30 ottobre, mentre la seconda è al Groninger Museum (dove c'era anche la manifestazione di David Bowie) all'inizio del prossimo anno.

Raccontaci qualcosa in più.
Maarten Baas Makes Time” è il nome del mio spettacolo durante la Dutch Design Week: in questo contesto vorrei, proprio come un alchimista, provocare un'esplosione creativa mescolando insieme una vasta gamma di tutte le diverse discipline creative. Una fusione di fotografia, arte, teatro, design, gastronomia e graphic design. E sono a dir poco onorato che il Groninger Museum mi abbia offerto una mostra personale. Mostrerà una retrospettiva di tutto il mio lavoro all'interno di un contesto storico culturale di carattere introspettivo. Devo dire che amo il contrasto tra i due progetti: rappresentano due lati di me, lontanissimi tra loro. Ho sentito dire in giro che il mio lavoro mette in mostra queste contraddizioni.

 

L'oggetto di design che avresti voluto firmare e inventare tu?
Ho molto rispetto per i professionisti che ci hanno spianato la strada. Gli artisti e i designer che ci hanno insegnato l'importanza dell'arte e della cultura in un mondo sempre più guidato dall'istinto. Che ci hanno lasciato in eredità un'estetica da cui possiamo imparare moltissimo e prendere ispirazione. Tutte queste personalità sono state e sono il vero carburante per il mio lavoro. Nel mio progetto"Smoke" mi inchino al loro lavoro. Ma per rispondere alla domanda, tra i lavori più recenti mi piacciono molto quelli di Bertjan Pot.

Se potessi vivere la vita di un altro creativo per un giorno, chi sarebbe e perché?
Attualmente sto lavorando a quattro mani con Sergio Herman, uno chef 3 stelle Michelin in Olanda. Mi piace come lavora, il suo stile. Non potrei mai sostituirmi a lui, ma ammetto che il modo in cui tratta il cibo e tutto quello che sa a riguardo mi lasciano rapito: avrei voluto avere io tutte quelle abilità!

 


Quali sono i tuoi principali obiettivi come designer?
Non lavoro seguendo una precisa strategia. Per lo più ho dei pensieri che metto alla prova: le idee si trasformano in lavori che condivido con il mondo.

Quali sono stati i principali cambiamenti nel campo della progettazione nel corso degli ultimi anni?
Sono immerso in questo settore, dunque è complicato riflettere su ciò che sta accadendo in maniera imparziale. A volte la distanza aiuta ad essere maggiormente lucidi. Quello che vedo accadere intorno a me si traduce nel mio stesso lavoro. Per esempio, provate a osservare il mio “Tree Trunk Chair” alla ricerca di una risposta...
 

Pensi ci sia stato un punto decisivo nella tua carriera (e perché)?
Sono tante, e diverse, le svolte che ci definiscono nel corso della  nostra carriera. Penso sia così per ogni creativo. Posso dire di aver lottato diverse volte alla Design Academy per rientrare in una certa serie di regole di quello che era considerato il 'buon design'. Ho sempre avuto idee diverse e, in un certo senso, un'estetica differente. Sono riuscito a rimanervi fedele: questo è qualcosa che mi definisce. Ma in generale mi piace lasciare che siano le altre persone a giudicare.

Tra i tuoi progetti, di quale ti senti più orgoglioso e perché?
Sono molto legato alla mia serie di arredi "CLAY". Mi piace il suo essere così sbagliata e inadatta. Non ha correlazione con nulla e in termini di tutto quanto è considerato un buon design: è tutto sbagliato. Ma in qualche modo le persone sembrano rispondere istintivamente ai suoi colori e materiali. E va bene così.

Cosa pensi dei tuoi colleghi che cercano sempre di essere "alla moda"?
Mi piace soffermarmi a pensare alle tendenze. A tutte quelle cose dalle quali noi esseri umani sembriamo essere ossessionati, sempre inseguendo qualche cosa di nuovo. Ecco perché ho deciso di realizzare una sedia che non sarà terminata per almeno altri 200 anni: è il modo per cercare di costruire in un certo spazio e riflettere (e far riflettere) sulla nostra tendenza verso la gratificazione immediata e il consumismo sfrenato.
 

Quest'anno quale mostra ti ha colpito?
Quella di Bas Kosters Studio.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione quando crei?
Davvero tutte e di più. Un esempio di come nascono le mie idee: da bambino ero solito dormire su un'amaca. E mi infastidiva che non ci fossero comodini pensati per le amache. Così ho deciso di realizzarli io.

Ci racconti una tua giornata-tipo al lavoro (ammesso ne esista una).
Ecco, appunto. Non esistono due giorni uguali. In questo momento sto anche lavorando a un libro sul mio lavoro. Qualcosa di completamente diverso che collaborare al Real Time Clock che ho fatto per l'aeroporto di Amsterdam Schiphol. Che mi ha chiesto di aiutarli a trovare nuovi modi di rappresentare le icone olandesi oltre i soliti tulipani, zoccoli e mulini a vento.

Come definiresti il tuo stile?
Saprai sempre quando sei in piedi davanti a uno dei miei progetti. Ma è anche vero che mi hanno ribattezzato “l'Houdini del design olandese”' perché a quanto pare è piuttosto difficile inquadrarmi in una sola corrente filosofica, progettuale o estetica. Mi piace che sia così. Credo che la contraddizione tra il modo giocoso e intuitivo di creare e il processo di pensiero più astratto siano l'accostamento perfetto da cui posso creare.


Quale ritieni sia il tuo miglior talento?
Direi: il fatto che da venti anni guido la macchina e ancora non abbia fatto un incidente! (scoppia a ridere *ndr).

Il tuo libro preferito?
Ne inizio sempre troppi alla volta... 

Hai un motto di vita?
Sì: non seguire nessun motto di vita.

Intervista di Marzia Nicolini

@ maartenbaas.com

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