"Mettersi sempre in gioco": intervista al fotografo Giovanni Gastel

Ha accompagnato la moda e la comunicazione pubblicitaria degli ultimi 30 anni con uno stile surreale e ironico e con i suoi still life che hanno rivoluzionato il genere. Giovanni Gastel ha visto nascere e svilupparsi fin dall'inizio il sistema moda italiano e oggi prova a condividere questo savoir-faire con un gruppo di giovani talenti fra fotografi, stylist, stilisti, hair-stylist, truccatori e modelle, per produrre servizi veri e offrire loro una vetrina. Il progetto si chiama AFIP Young (Associazione Fotografi Italiani Professionisti), di cui Gastel è presidente, e prova a ricreare un ambiente adatto allo sviluppo di queste figure professionali. Fra le diverse realtà messe in rete, l'idea è piaciuta alla direttrice di Glamour, Cristina Lucchini, che supporta il progetto. Questa nuova generazione, che esiste ma che pochi conoscono, verrà presentata prossimamente in una mostra. Nel frattempo, siamo andati a trovare Gastel nel suo studio milanese – dove spiccano i ritratti dello zio, un severo Luchino Visconti – per conoscere meglio la sua poetica e ascoltare i suoi preziosi consigli ai giovani fotografi.

Foto © Chiara Collaro - LTVs

Hai mai provato a coniugare queste due arti?
Non credo nell'unificazione delle arti, di cui si parlava alla fine degli anni 70, con l'idea di poetica concettuale. Forse alla fine qualcosa le unirà, ma per ora sono canali espressivi diversi.

Cosa distingue un autore fotografico?
Sapersi raccontare. In qualunque tipologia di fotografia.

Come hai mantenuto l'equilibrio fra committenza e autorialità?
La committenza non è il demonio, quasi tutta l'arte fino all'800 era su commissione. Nella moda sei scelto per quello che fai. I giovani purtroppo faticano a capire che una volta trovata un'estetica personale, bisogna poi declinarla alla filosofia della rivista. Nella mia vita ho lavorato per diverse riviste e ogni volta ho adattato la mia voce alla loro visione.

Cosa consigli per comunicare un abito o un accessorio?
Bisogna capirlo, sintetizzarlo e poi sentire quale eco provoca dentro il creativo, senza andare troppo oltre.

Foto © Chiara Collaro - LTVs

Cosa consigli per iniziare questa ricerca?
Provare a identificarsi con un aggettivo che definisca la propria visione del mondo e che porti a un'estetica. A questo punto, molti giovani raggiungono una buona padronanza tecnica e si credono arrivati. Invece inizia qui il lavoro sulla propria diversità. Gli art director delle riviste guardano molti book al giorno. Se non vengono colpiti da qualcosa di diverso, scarteranno il lavoro. Allora entreranno in gioco altri meccanismi e fra duemila fotografi uguali, andranno sul sicuro. Soprattutto in periodi di crisi. I miei consigli sono di fare sempre il miglior lavoro possibile, capire cosa ci rende diversi – senza pretendere di essere rivoluzionari – e trovare una rivista di riferimento.

Presentare il proprio book alle riviste è sufficiente?
Solo se in quel book compaiono dei servizi pubblicati. È la sola referenza che certifica il lavoro e che permette di trovarne altro.

Non trovi una certa omologazione estetica fra le grandi riviste di moda?
Credo sia dovuta innanzitutto alla proposta. Oggi non si rischia molto. Quando ho iniziato a fare i miei still life ironici, non esisteva nulla di simile. Chi voleva quel tipo di eleganza doveva chiamare me.

Foto © Chiara Collaro - LTVs

Hai iniziato con la poesia per poi fare della fotografia la tua passione e mestiere. Cosa cerchi di comunicare con l’una e con l’altra?
Uso le parole per scavare nel profondo i miei stati d'animo, mentre la fotografia per avvicinarmi il più possibile al meraviglioso. La bellezza mi tranquillizza, posso descrivere un mondo in cui detto io le regole. Nel Candido Voltaire diceva che non viviamo nel migliore dei mondi possibili. Oggi, secondo me, viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma io mi ci riconosco poco. Non ho mai capito l'involgarimento dei nostri giorni ed è uno dei motivi per cui mi sono messo in studio a ridisegnare una realtà mia.

Ovvero?
Da giovane ho lavorato per la casa d'asta Christie's, grande scuola di umiltà e di rispetto per l'oggetto. Non potevo ritrarre gli oggetti più belli di ciò che erano per questioni di stima del prezzo. Dovevo fotografarli così com'erano.

Quali erano le difficoltà a proporre un servizio alla fine degli anni 70, quando hai iniziato tu, e quali oggi?
Gli Anni di Piombo italiani, fra crisi economica e terrorismo, sono stati un periodo difficilissimo. Tutti i fotografi di moda mi consigliavano di trovarmi un altro mestiere. Se avessi dato loro retta, non sarei qui. Mariuccia Mandelli (in arte Krizia, N.d.R.) un giorno mi disse una frase geniale nella sua semplicità: "Dopo ogni boom c'è una crisi, ma dopo ogni crisi c'è un boom". Questa crisi è terribile, ma bisogna avere il coraggio di resistere. Chiunque porti un minimo di diversità, oggi può lavorare. Prima però bisogna cercare se stessi.

Foto © Chiara Collaro - LTVs

Com'è nata quella piccola rivoluzione?
Se still life significa vita immobile, la mia idea è stata di muoverla con il linguaggio più vicino al movimento immobile: il fumetto. L'ho intrecciato con il mio amore per il pop, l'ironia e i doppi sensi ed è nato un nuovo linguaggio. Erano i primi anni 80, lavoravo per la rivista Mondo Uomo, ricordo quel giorno perché saltavo e urlavo di gioia nello studio. Sarebbe diventato un nuovo modo di guardare la realtà.

Segui un metodo per ricercare nuove idee?
Nulla in particolare. Ma credo che le idee interessanti arrivino dopo averne elaborate almeno quattro. Prima di passare al digitale hai sempre lavorato con il banco ottico.

Che importanza hanno questi mezzi per te e cosa pensi delle potenzialità del digitale?
Non sono legato ai singoli strumenti né progetto il mio lavoro. Ogni mezzo contiene in sé un'estetica e il mio lavoro è esplorarne i confini.  Il digitale in questo senso è fantastico: penso segni la vera nascita della fotografia, che prima era solo archeologia. L'analogico, che ho amato, ha infatti ritmi e tempi ottocenteschi, poetici ma arcaici. Fare una buona foto in digitale è più facile, fare un capolavoro è più difficile, perché devi conoscere le tecniche della fotografia analogica, ma anche l'enorme macchina creativa della post-produzione.

Foto © Chiara Collaro - LTVs


Il tuo libro La Nobiltà del Fare è il primo reportage sulle eccellenze italiane. Nei primi anni 80 hai cavalcato il Made in Italy mentre nasceva. Ci racconti quel periodo?
È stato un momento di rinascita. Ci conoscevamo tutti, stilisti, fotografi ed editori e facevamo gruppo. Rispetto alle continue citazioni della moda odierna, negli anni anni 80 pensavamo di creare qualcosa di completamente nuovo. È stato emozionante e gioioso raccontare quella bellezza. Reagivamo alla fotografia americana, cercando di portare un'estetica più europea, legata alla storia dell'arte, con un'idea di donna meno perfetta. Ma oggi gli americani sono tornati.

Chi sono stati i tuoi maestri?
Da giovane sono stato ispirato dalla poetica di Hesse e Dostoevskij. Da mio zio Luchino Visconti per il metodo e la serietà totale.

Hai sempre ribadito che l'eleganza è un valore morale.
L'impegno civico fa parte dell'eleganza dell'esistere. Un gentiluomo, per esempio, paga sempre le tasse. Ecco perché l'eleganza è legata alla dignitas romana, il massimo valore di una persona. In casa Visconti, mia madre mi ha insegnato che nessuno di noi è proprietà esclusiva di se stesso. I nostri comportamenti sono visti dagli altri e diventano simbolici. Purtroppo questo non lo insegna più nessuno.

La tua ultima mostra in coppia con Toni Torimbert s'intitola "Doppio Gioco”, a cosa allude il titolo?
Il titolo è stato proposto dalla curatrice della mostra Giovanna Calvenzi. Io e Toni siamo molto amici, ma diversissimi nella visione della fotografia, della donna e del mondo. L'idea segue alcuni incontri sulla fotografia tenuti da me e Toni dal titolo Miseria e Nobiltà. Lui ha portato la strada e il reportage nella fotografia di moda, io una sorta di astrazione, creando in studio una realtà personale. Il titolo allude a questo contrasto divertente e alla nostra amicizia: la mostra inizia infatti con due ritratti che ci siamo fatti a vicenda nel 1983-84.

Come hai fatto a mantenere alta la motivazione?
Ogni giorno devo rimettermi in gioco. Sant'Agostino diceva che bisogna sempre vivere con lo slancio del primo giorno e la consapevolezza dell'ultimo. Applicare questa regola alla vita significa trovare la pienezza. E bandire la noia.

Intervista di Fabio Falzone

Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto © Chiara Collaro - LTVs
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Foto @ Giovanni Gastel
Vota