Mustafa Sabbagh, innamorato dell'imperfezione

L’artista italo-palestinese Mustafa Sabbagh, cresciuto tra Italia e Medio Oriente, ha racchiuso nel suo DNA l'istinto del viaggiatore e lo spirito cosmopolita. Formatosi come assistente di Richard Avedon, i suoi inizi gli danno grande popolarità nel settore editoriale e presto le sue foto compaiono sulle principali testate patinate del mondo. Il contro-canone estetico che ha saputo tracciare rende la pelle la prima testimone dell’unicità personale.
A metà via tra indagine psicologica e studio antropologico, le opere d’arte di Mustafa Sabbagh - fotografiche, video, multimediali e installative - trovano la degna collocazione in alcuni dei musei più prestigiosi del mondo. Intanto il canale Sky Arte HD ne ha parlato come "uno degli otto artisti più significativi del panorama nazionale contemporaneo", mentre il curatore e storico dell'arte Peter Weiermair lo ha definito "uno dei cento fotografi più influenti al mondo".

Il tuo percorso si muove da tempo all’interno dei più alti circuiti dell'arte contemporanea. Com'è avvenuto il passaggio da moda ad arte?
Non parlerei di passaggio, quanto piuttosto di ‘cambio di destinazione d’uso’, perché ciò che è mutato non è l’essenza del mio lavoro, ma il suo mezzo di esposizione. Da pagine patinate a pareti. Il mio feticismo per la pelle, il mio amore per l’imperfezione come chiave di lettura dell’individuo, l’infezione dell’etica nell’estetica sono cifre che puoi ritrovare tanto in un mio editoriale di moda degli anni ‘90, quanto nei miei più recenti progetti artistici; tutto dipende da chi è disposto ad ascoltarti, e da quale sia il fine ultimo del suo prestarti attenzione.

Quali sono stati i tuoi mentori in questa transizione?
Nel 2010 la casa editrice Damiani mi ha proposto di pubblicare la mia prima monografia, “About Skin”. Io, da amante di Masoch, ho dunque proposto loro di raccogliere le immagini che le riviste di moda avevano scartato per i loro editoriali. Quando la monografia è stata pubblicata, ho ricevuto le prime offerte da parte di gallerie d’arte ad esporre, in personale, quelle stesse immagini che la moda aveva scartato. L’ho accolto come un segnale.

Dopo essere divenuto primo assistente di Richard Avedon, c’è stato un momento in cui egli ha capito che eri pronto ad andare per la tua strada. Ti è mai capitato di avere un giovane talento nel tuo team? In che modo lo hai valorizzato?
Dal momento in cui diventano miei collaboratori, vuol dire che li ho scelti, e se li ho scelti è perché ho scorto in loro una familiarità di intenti con i miei. Questo non vuol dire che debbono essere dei replicanti sabbaghiani; anzi, sarebbe per me un deterrente. Mi piacciono i rivoluzionari, e l’unica rivoluzione possibile nell’arte abbraccia le armi della cultura, della personalità, dell’eleganza. Sono fiero di avere avuto come mio collaboratore Giovanni Troilo: allora come ora, il modo migliore che conosco per valorizzare non solo un collega, ma qualsiasi individuo, è quello di interfacciarmi a lui con la più profonda, rispettosa onestà.

Quale tra i tuoi lavori artistici ti ha dato maggiori soddisfazioni e perché?
La soddisfazione è appagata nell’atto; in questo caso, nello scatto.

Ci racconti il progetto di “Contemporary Cluster”?
“Contemporary Cluster”, il nuovo progetto di Giacomo Guidi, rimette al centro dell’arte il gesto artistico, non solo la sua vanagloriosa esposizione. Per natura amo sfidarmi; Giacomo mi ha invitato a farlo mettendo in discussione un’arma a doppio taglio qual è il concetto stesso di “limite”. Nel Fluxus di Maciunas, l’Artista Totale - a partire dalla propria visione - sfidava in primis se stesso, scardinando i propri limiti. Figlio del mio tempo, dove l’ora di culto è dedicata al consumo, ho voluto agire in modo da convertire il consumo in cultura, installando una selezione di mie opere tratte dal ciclo “Onore al Nero” in una cattedrale della contemporaneità, declinando le nostre ferite in oggetti di consumo. Un profumo distillato a partire dall’organicità di un corpo altrui, da iniettare sul proprio corpo attraverso una siringa. Una sedia elettrica le cui cinghie di cuoio rendono labile la distinzione tra Eros e Thanatos. Un collare ortopedico sormontato da un cammeo ed un anello modellato come una benda, per magnificare ogni ferita. E un tributo a Pasolini, ferita culturale mai sanata, attraverso due opere inedite realizzate sul litorale di Ostia, nella liquidità del nero. Al termine di questo progetto si uniranno a me Matteo Basilé ed Angelo Cricchi, in un nuovo percorso compartecipato a Contemporary Cluster: una condivisione reale, per tornare umani, in tempi di condivisioni virtuali e virtualmente compiacenti.

Oggi a cosa stai lavorando?
Come sempre, alla sublimazione delle mie ossessioni.

Accetti l’invito in qualità di docente relatore in workshop che hanno un grande successo. Hai uno sguardo attuale sui giovani che oggi tentano di avvicinarsi al mondo della fotografia. Da cosa ritieni siano più spaventati e qual è il tuo consiglio per loro?
Credo che ciò che più li spaventa sia ciò che maggiormente dovrebbero amare. La fame. In un’epoca in cui un fast-food ti sazia, è nell’attesa che i progetti trovano la loro compiutezza, camminando nella propria mente, attraverso la smania di cultura. E poi, quello che Pasolini chiamava “il valore della sconfitta”. È fondamentale non cercare a tutti i costi di essere compresi, perché chi ha la capacità di anticipare resta a lungo una voce fuori dal coro.

La tua fotografia è stata definita in molti modi: inquietante, oscena, affascinante…Quale critica o commento ti ha toccato nel profondo (e perché)?
Una volta, di fronte ad una mia video-installazione concepita come una contemporanea lettera d’amore di Cristo a Giuda, una moglie ha trascinato via il marito, dicendogli “Andiamo via. Mi manca l’aria”. Ho pensato “Obiettivo raggiunto”.

Come definiresti il tuo stile?
Egoista.

Ci sono dei luoghi ai quali sei particolarmente legato?
Sì, il mio letto.

www.contemporarycluster.com

Foto Credits: Kim Mariani

Vota