Valentina Bertani: tra videoclip e fashion film, sognando il cinema

A quindici anni suonava la batteria in una girl band per la casa discografica Warner. Poi ha capito che voleva stare dall’altra parte dell’obiettivo. Valentina Bertani è una delle registe più promettenti della sua generazione. All’attivo ha videoclip per Negramaro, Ligabue, Arisa e Dolcenera, campagne per Adidas, Pirelli, Heineken e Kartell e ha realizzato fashion film per Valentino, Etro e Gucci. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei. Ecco cosa ci ha raccontato…

 

Parlaci di te…

Sono giovane rispetto all’età media dei registi italiani, mi sento vecchia se penso che ho girato il mio primo tv commercial in pellicola. Mia madre mi ha avuta da giovane e aveva paura di guardare i film horror da sola: a nove anni avevo già visto tutti i film di Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci. Ora che sono adulta e posso decidere, scelgo i cartoni animati.

Come nasce il concept dei tuoi videoclip? 

Mi metto le cuffie e ascolto il pezzo in loop. Ogni brano mi regala delle suggestioni. Unendo questi flash costruisco una struttura narrativa. A volte mi vengono più idee e scelgo la migliore. Se il brano non mi piace non mi viene in mente niente, preferisco essere sincera con la discografica e consiglio di passare il videoclip ad un altro regista.

Cosa caratterizza il tuo stile, rispetto ai colleghi registi?

Giro commercials, videoclip e fashion films, quindi inevitabilmente il mio stile è il risultato di una contaminazione tra questi tre linguaggi molto diversi tra loro. Forse ciò che mi caratterizza di più è la ricerca di una cifra personale e la continua voglia di sperimentare. Spesso i miei colleghi, soprattutto in pubblicità, usano gli stessi assets per paura di sbagliare: stesso direttore della fotografia, stesso montatore, stesso sound designer. Io no. Senza rischi non può esserci evoluzione a livello creativo.

Come ti vedi tra cinque anni?

In questi anni sento davvero l’esigenza di raccontare storie e i pochi minuti a disposizione iniziano a starmi stretti. In futuro spero quindi di essere una regista che dopo aver fatto videoclip e pubblicità ha iniziato a fare cinema.

Ogni regista ha una propria “ossessione”. Quale è la tua?

La mia ossessione è quella di girare con i gemelli. Quando la creatività me lo consente, faccio ciò che è possibile per coinvolgerli nei miei film.

Pensi che le registe donna abbiano un approccio diverso nella regia? E come vengono accolte dagli addetti ai lavori?

Il problema è che esiste una tendenza nel mercato pubblicitario a segregare le registe donne in categorie merceologiche legate al mondo femminile: assorbenti, neonati, make-up. Le registe, come tutte le donne, hanno mille sfaccettature e non è detto che amino questo genere di prodotti. Io per esempio amo i film di automobili, i volti particolari, le scene girate di notte.

Hai ricevuto diversi premi per i tuoi lavori. Di quale sei maggiormente fiera?

Di tutte le nominations ottenute dal film “Sextatic” a la Jolla Fashion Film Festival in Usa: è un lavoro particolare, realizzato su commissione per un brand che voleva come commercial un film erotico. E’ stata una vera sfida, e vederlo proiettato al cinema mi ha fatto pensare ”Wow! Lo abbiamo fatto davvero!”

C’è qualcuno che ha dato una svolta alla tua carriera? 

Vorrei dire grazie alle componenti di quella che un tempo era la mia teen band: Nicole (mia sorella) e Giulia (la mia migliore amica). A sedici anni abbiamo firmato un contratto con la Warner; grazie a loro ho capito che con l’impegno e la costanza ogni sogno si può trasformare in un lavoro. 

Che consiglio daresti ai giovani che vogliono seguire le tue orme?

Consiglio di cercare il proprio stile, al costo di non andare di moda. Quest’ultima passa e cambia velocemente, il proprio stile personale non può essere influenzato dalle tendenze perché è la chiave con cui si esprime sé stessi.

Hai realizzato un documentario su Luciano Ligabue. Cosa ricordi di quella esperienza?

Lavorare con Luciano è stato meraviglioso: è una bella persona sempre aperta al confronto creativo. Aver girato il documentario lo considero un’esperienza potente, a livello professionale e a livello umano. La prima di Fox a Roma è stata emozionante: i fans urlavano e cantavano durante la proiezione, in quel momento mi sono sentita in parte responsabile delle loro emozioni.

Hai diretto diversi fashion film. Cosa cambia nell’approccio da regista quando ti dedichi alla moda, rispetto alla musica?

Nei videoclip è la musica a guidare le immagini: l’estetica, la velocità del montaggio e l’immaginario sono dettati dal brano. È come costruire un film sulla colonna sonora. Nel fashion si ha la possibilità di essere più liberi di sperimentare. Il concetto di bellezza è stravolto, ogni brand ha una sua estetica particolare. A volte quando guardo i casting dei modelli e li seleziono, mio padre non capisce i canoni estetici atipici odierni e mi dice: “Ma fa il modello quello là?” E io penso ai quadri di Picasso, a Maurizio Cattelan e alle opere astratte mentre mio padre con aria di disappunto rimpiange in silenzio la bellezza ellenica.

Quali sono le caratteristiche di un buon regista?

Il coraggio, la determinazione, la capacità di rialzarsi dopo le cadute, che nel nostro lavoro sono più che normali.

Oggi molti creativi utilizzano i social network e internet per proporre i propri lavori e farsi conoscere. Che rapporto hai, tu, con i social?

I social network sono importanti, uno strumento potente ma per tanti versi fuori controllo. Credo che siano più utili ai musicisti, agli illustratori e ai fashion blogger rispetto che ai registi. Tendenzialmente una persona che cerca un regista lo fa in canali più specifici. Personalmente uso poco i social networks, ho poco tempo libero e non amo condividere i momenti della mia vita con gli sconosciuti. A un like preferisco di gran lunga una telefonata FaceTime con gli amici. Ho Facebook per tenermi in contatto con chi vive lontano ma per scelta non ho un profilo Instagram. Per me le immagini sono una cosa seria: se postassi foto in modo compulsivo mi sembrerebbe di lavorare.

Pensi che aver suonato in una band ti abbia aiutato a capire meglio come dirigere?

Si, questo aspetto del mio passato mi ha aiutata soprattutto a capire come si sente un emergente quando gira un videoclip: le piccole paure, le incertezze, le aspettative. Conosco bene la sensazione che si prova quando il regista dà l’azione: la paura di sbagliare, la curiosità di fare play per la prima volta sul nuovo videoclip. Aver suonato in una band mi ha aiutato ad essere empatica con gli artisti. 

Intervista di Barbara Palladino

© Valentina Bertani

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